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«L´uomo rischia l´abolizione dell´umano»

Testo: 

Abita accanto a San Marco, nella piazzetta dei Leoni che i veneziani, che hanno sempre il senso dell'ironia e delle proporzioni, hanno ribattezzato dei Leoncini. I patriarchi ci abitano dalla metà dell'Ottocento, dopo che la Basilica è diventata anche cattedrale. Sulla facciata le iscrizioni ricordano che da qui nel Novecento sono partiti tre Papi. «Non è questo peso che mi fa sentire piuttosto misero. Ma il fatto che di questi Papi uno è santo, uno beato e per il terzo si è cominciato a fare il processo di beatificazione».
Angelo Scola, patriarca di Venezia, lombardo come Roncalli, legato alla visione di Giovanni Paolo II che prima lo ha mandato a farsi le ossa in una diocesi come Grosseto, poi lo ha chiamato alla Pontificia Università Lateranense, dove si elabora il pensiero del ceto dirigente della Chiesa romana. Uomo di cultura europea, che non ha dimenticato le origini umili, la fatica del figlio del camionista socialista di studiare in riva al lago. Ha detto: «Sa quante sfumature di grigio può dipingere uno specchio di lago? Da ragazzo ne ho contate otto o nove. Per questo noi lacustri siamo tentati di essere almeno un poco crepuscolari, se non romantici». Dal grigio di un lago all'orizzonte della laguna, più ampio e più colorato, anche se non meno crepuscolare. E a pensarci bene il colore dell'acqua e della memoria non corrisponde al carattere dell'uomo. Combatte l'idea che l'amore possa essere istantaneo, destinato comunque a durare. Tra i suoi primi interventi da patriarca c'è stato quello all'assemblea diocesana dei fidanzati: «Sfido ognuna di voi, se è innamorata seriamente, a dire al suo uomo "Io ti amo" senza aggiungere "per sempre"». A sentirlo parlare non c'è traccia delle otto, nove sfumature di grigio che aveva contato da ragazzo sullo specchio del lago.

Il vescovo di Padova ha invitato i politici a essere più umili, a inginocchiarsi...
«Sono un po' portato all'etimologia: umile viene dal latino humus, terra. Vuol dire "a partire dalla realtà". Ma partire dalla realtà nella sua interezza, essere capaci di guardare a tutto l'uomo e a tutta la società in maniera articolata. L'umiltà è la condizione per costruire civiltà e senza buoni politici non si fa una civiltà».

A Treviso la chiesa è impegnata a favore degli immigrati. Più volte si è trovata in disaccordo col sindaco. Come vede il grande problema dell'immigrazione?
«Lo vedo appunto partendo dalla realtà. Noi occidentali abbiamo questa strana sindrome: trattiamo come ipotetico ciò che è reale e trattiamo come reale ciò che è ipotetico. Abbiamo in Europa 12 milioni di immigrati islamici, abbiamo moltissimi altri immigrati, non facciamo figli, vogliamo svilupparci e crescere. Dell'immigrazione abbiamo bisogno. E ancor prima gli immigrati sono qui. Allora il problema è rimboccarsi le maniche ognuno al suo livello. La Chiesa, non solo a Treviso, mi pare stia dando un esempio profetico: il suo scopo primario è testimoniare l'abbraccio di Gesù verso tutti gli uomini, quindi accoglie chiunque con un primo intervento realmente spalancato e questo è il suo compito. Ovviamente altro è il compito della politica, degli uomini di governo: a loro tocca fare un piano organico, a livello europeo per un'immigrazione equilibrata. Ma la sfida dell'immigrazione si vince o si perde a livello di società civile. È il lavoro delicato dell'integrazione. Ma non è un obiettivo facile».

«Bisogna che, nel tempo, con grande pazienza, i corpi intermedi che formano la società civile, la famiglia, il quartiere, le associazioni, la parrocchia, entrino in relazione stabile e organica con questi uomini a qualunque cultura, etnia e religione essi appartengono perché il processo di integrazione, che è un processo di civiltà, si affermi. Però una cosa in particolare bisogna tener presente: il drammatico problema del rapporto con l'Islam si gioca ormai in Europa. O noi nel tempo mostriamo agli immigrati islamici che si può essere islamici fino in fondo diventando realmente europei e allora avremo una carta per aiutare anche il cammino delle nazioni islamiche e la strada della pace nel mondo. Oppure, se non lo facciamo noi, non vedo realisticamente dove questo potrà essere fatto. Sino a quindici anni fa si poteva pensare al Medio Oriente, oggi è più difficile limitare il problema a una sola area geografica. In ogni caso l'Europa sarà determinante».

In Europa c'è polemica sui simboli religiosi: dalla sentenza sul crocifisso in Italia, alla Francia che propone di eliminare dalle scuole tutti i simboli.
«Anche qui realismo. E realismo vuol dire anche lealtà con la storia. Io credo che se noi vogliamo aiutare l'integrazione in Europa, non dobbiamo compiere passi che spingano gli islamici a sentirsi come una nazione nella nostra nazione. Questo implica un confronto libero tra soggetti che mostrano la loro identità. Ma anche tutto il loro peso di storia e di cultura. Le proporzioni vanno rispettate: il peso del Cristianesimo in Europa mi pare un po' più rilevante di quello dell'Islam. Allora rispettare la nostra storia e le nostre tradizioni facendole vivere nel contesto di una società laica è un bene. Il crocefisso è una risorsa-simbolo per il futuro dell'Europa, non è un passivo retaggio del passato».

La fecondazione artificiale. È giusto che la popolazione italiana a grande maggioranza laica debba avere una legge in qualche modo di impostazione confessionale?
«Confessionale non mi sembra giusto. Cos'è la democrazia? È il luogo del dialogo, anche della dialettica tra soggetti che attuano una visione di società secondo le regole date. Allora se chi ci rappresenta nel Parlamento, a proposito di un problema delicato come questo, propone una visione che in coscienza reputa rispondere alla vita buona del singolo e della collettività, e lo fa nel rispetto delle regole democratiche, mi pare che faccia un'operazione corretta sotto tutti i punti di vista».

È per questo che la legge pone problemi di coscienza, lacerando trasversalmente sia la destra che la sinistra?
«Certamente. Perché noi sappiamo che questo tipo di problema, che si connette a tutte le delicatissime questioni relative alla nascita e alla morte, mette in gioco il futuro dell'umanità in maniera straordinaria. Mai come in questo campo vale il grande ammonimento di Lewis: l'uomo post-moderno rischia l'abolizione dell'umano. Se la clonazione dovesse diventare sistematica, potrebbe avere conseguenze ben peggiori della bomba atomica. È giusto che quando si toccano queste questioni la coscienza venga prima di ogni appartenenza di partito, di ogni destra, di ogni sinistra. Ed è giusto che le destre e le sinistre si ripensino proprio perché i problemi sostanziali della vita entrano in campo. Questo fa bene alla politica, perché la politica ha bisogno di uno sguardo spalancato a tutta la realtà».

Rimaniamo all'uomo. Si discute di eutanasia, il grande tema della sofferenza, quella che lei ha appena definito l'abolizione dell'umano.
«Ecco lei tocca il tema più critico della nostra umana esperienza. Il dolore in tutte le sue forme può avere una forza annichilente pesantissima. Quando siamo esposti al dolore siamo consegnati alla nostra fragilità, alla nostra nudità. Qui ci soccorrono due cose: anzitutto lo sguardo al Crocifisso. Di fronte alla prova guardiamo all'Innocente sospeso a quel palo ignominioso. E in secondo luogo ci soccorre la ragionevolezza del consegnare la nascita e la morte all'Autore della vita. Di non pretendere di mettere direttamente le mani su questi due momenti sacri dell'esistere. L'uomo non è il suo proprio esperimento».

La nostra società è costituita in gran parte di anziani e paradossalmente li emargina.
«Qui è in gioco una questione di civiltà, e noi lo vediamo molto bene proprio nel nostro Nordest, una realtà affascinante e piena di avventura, cioè tesa al futuro. Il prolungarsi del tempo della vita e l'incremento, entro certi limiti, della qualità della vita deve condurci ad un ripensamento globale del rapporto tra le generazioni. Si tratta di reinventare qualche cosa che è nel nostro Dna. Le nostre vecchie famiglie patriarcali custodivano gli anziani di un tempo - allora lo si diventava a 55 anni, 60 anni - e li trasformavano realmente in maestri di vita. Adesso non si può trasporre quel modello, ma bisogna ripensarlo. La chiave è quella comunicazione tra generazioni che assicura la tradizione, cioè la cinghia di trasmissione di una civiltà. Dentro questo spazio c'è la possibilità di valorizzare fino in fondo il tempo della maturità e di accompagnare la grande vecchiaia, pur col suo doloroso elemento di passaggio all'altra riva, in maniera creativa e dignitosa».

Che diritti hanno i bambini? Quest'anno nel mondo sono morti 2 milioni di soldati-bambini. Gli adulti usano e sfruttano i bambini per tutto: per lavoro, per la guerra, per il sesso.
«È terribile, è una delle contraddizioni più drammatiche della nostra società. Non vorrei apparire strumentale: una società che non dà diritto al concepito, che non dà diritto al frutto dell'amore tra l'uomo e la donna fin dal concepimento, si espone a questo rischio. Non dimentichiamo che molte società prima del cristianesimo e fuori del cristianesimo praticavano l'infanticidio. Perciò la Chiesa insegnando, da sola e controcorrente, certe cose non dice dei "no", dice dei "sì" alla vita buona dell'uomo e della società. Le bellissime esperienze di tanti missionari e missionarie in Africa e altrove per il recupero dei bambini devono diventare un paradigma anche per noi abitanti del ricco e opulento nord del pianeta. Devono farci veramente ripensare all'assoluta dignità che l'Autore della vita attribuisce a ogni uomo dal concepimento alla morte naturale».

Ritorniamo al Nordest, dove la Chiesa ha sempre avuto un'enorme influenza. Come mai da qualche tempo in queste regioni c'è un maggiore peso del materialismo, degli schei, si avverte il pericolo del razzismo, si assiste a una crescita esponenziale di maghi e di tutti gli effetti del post-industriale?
«Cominciamo col dire che i maghi son sempre esistiti. Fin dall'Antico Testamento la tradizione giudaico-cristiana è, come dire, impegnata in maniera energica contro la magia. Ci sono pochi punti fissi e sicuri da migliaia di anni come la condanna della magia. Potrebbe, invece, stupire che in una società secolarizzata come la nostra abbiano ripreso forza certi fenomeni. Ma l'uomo che smette di credere diventà in realtà, come diceva Chesterton, un credulone. L'uomo tecnocratico di oggi, che si considera emancipato, è disposto a credere a tutto. Ma questa è solo una debolezza, non dobbiamo vedervi niente di più. Mentre più delicata è la questione del consumismo. Il consumismo è alla confluenza tra il mercato e il libertinismo. Esattamente come l'erotismo è alla confluenza tra gli affetti e il libertinismo. C'è un'oscenità del consumismo, così come c'è un'oscenità dell'erotismo. Ma il problema è non piangere su questo stato di cose, rivangando un passato che non può tornare. È inutile. Si tratta, invece, di documentare e testimoniare che degli stili di vita integralmente umani, rispettosi della verità degli affetti, della verità del lavoro, giusti ed equilibrati nel riposo e nel consumo, sono più convenienti. La fatica di tante comunità cristiane è su questo punto. Fatichiamo a testimoniare la bellezza dello stile di vita integrale che scaturisce dal seguire Gesù».

Questo riporta al discorso iniziale: credere alla società, al ruolo della politica. La gente è più indifferente rispetto a tutto?
«Non credo che sia più indifferente. Credo che il limite della nostra società non sia l'assenza di laboriosità, né l'indifferenza: è la confusione che deriva dalla complessità, in parte, e anche dalla fragilità umana. L'indifferenza può essere favorita, questo sì, da chi ha l'autorità a tutti i livelli, e in tutti gli ambiti, dal padre di famiglia all'uomo di chiesa, al vescovo, allo statista, al politico. Quando parlo con i giovani dico sempre che nella nostra società, come nel calcio, chi non ha i fondamentali gioca male. Mancano i fondamentali. C'è confusione sui fondamentali».

Una volta ci facevano allenare palleggiando contro il muro...
«Però ci insegnavano anche a prendere il pallone di piatto, a colpire di collo, che non si deve calciare di punta se non in certe occasioni... I fondamentali, insomma. Sennò, senza questi, uno può avere tanto istinto ma non basta».

Lei ha scritto che il mondo non è diviso assolutamente tra buoni e cattivi. Ma la guerra?
«Anzitutto, quando parliamo di guerra, noi che viviamo la tradizione cristiana non possiamo dimenticare un dato: che le conseguenze del peccato originale sono tra di noi. Questo non può e non deve giustificare la guerra, ma fa capire che la pace domanda un grande lavoro. La pace è un lavoro lungo e tenace, ed è un lavoro del soggetto e della comunità simultaneamente. È il lavoro dell'edificazione della vita buona. È un grande tema di Aristotele ripreso da San Tommaso, purtroppo considerato superato a partire dalla modernità, ma soprattutto dai filosofi della politica di oggi, i quali pensano che si possa costruire il "principio di giustizia" separando la vita buona personale dalla vita buona sociale. Invece non si lavora per la pace, che è un bene assolutamente necessario, perseguibile e possibile, se non attraverso il lavoro dell'edificazione paziente e quotidiana della vita buona negli affetti, nella professione, nello scambio reciproco, a livello personale e a livello sociale. Così, ad esempio, non credo che il grande statista possa essere un vizioso strutturale. Sarà un uomo fragile, come tutti gli uomini: ma un vizioso strutturale no! Non può separare la vita buona personale da quella sociale».

Il ruolo dell'informazione?
«Il ruolo dell'informazione è affascinante. Mette in circolo e fa gustare, partecipare direttamente milioni di persone all'avventura dell'esistenza di tutti. Ma con timore e tremore bisognerebbe avere il rispetto più totale della realtà, nei limiti dell'inevitabile interpretazione. Il giornalista deve porsi tutti i giorni la domanda: sto rispettando i fatti? Giustamente si insiste sull'importanza della libertà di stampa a tutti i livelli, però forse bisognerebbe anche ritornare a parlare del servizio ai fatti che i mass media devono dare. Con timore e tremore. Verificare le fonti, documentare, mostrare». È un'abitudine che non c'è più. Non si fanno più inchieste nei giornali e nelle tv.
«Proprio così. Ma c'è, anche, un'altra cosa che non si fa più: la critica letteraria. Una volta la radio e anche molti giornali ti consentivano attraverso ingegni acutissimi di avere un giudizio su un libro. Oggi è molto più difficile. Si intervista l'autore e basta, oppure ci si limita a dar spazio a un amico che parla del libro dell'amico».

Questo è anche un modo di non avere il coraggio di dire le cose.
«Eh sì. Questo è molto giusto: il rischio che la nostra società corre è legato alla mancanza di gente che si autoespone. O per dire la cosa in termini cristiani: alla mancanza di testimoni. D'altra parte è sempre più evidente che il popolo crede solo a chi si autoespone».

Il problema dei giornalisti italiani non è la censura, ma l'autocensura.
«Penso anch'io. Perché l'autocensura è da una parte l'espressione dell'umana fragilità e dall'altra di un eccessivo investimento sulla propria carriera. Eccessivo, perché in parte è giusto».

Il Natale ha ancora un significato?
«Il Natale è una cosa meravigliosa, come la liturgia di questi giorni ci testimonia. Mi ha colpito, quest'anno, quell'inno bellissimo che ci fa dire che nel momento in cui il mondo sembra giunto al suo vespero, Dio è uscito come uno sposo dal suo talamo, dal grembo casto di Maria. Questa è la sorpresa del Natale: che più tu vedi la tua fragilità e più ti pesa addosso il male del mondo, colui che ti ha fatto ti stringe dappresso con un amore inaudito. Tutta la liturgia di questo periodo è piena di sorprese: l'amore di questo bambino è così ardente che suscita nell'amato il desiderio di toccare Dio. Noi desideriamo vedere Dio. E questo spalanca alla speranza in modo inaudito. Quindi il Natale è attualissimo».

Data: 
Domenica, 21 December, 2003
Autore: 
Fonte: 
IL GAZZETTINO
Stampa e regime: 
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