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UN VOTO NEL LIMBO

Testo: 

LE REGIONALI DI GIUGNO
di GIORGIO LAGO

L'altro giorno domandano al segretario di Stato americano se ci saranno conseguenze per la Francia.
Colin Powell risponde: «Sì». Poi, con i quotidiani di ieri, esce l'intervista della catena televisiva Nbc.
L'Nbc chiede al presidente americano un'opinione diretta sul presidente francese Chirac. George Bush risponde: «Dubito che verrà nel mio ranch molto presto».
«A qualcuno nella nostra amministrazione e nel nostro paese - prosegue Bush - è parso che la posizione francese fosse anti-americana».
Bene, mi sono detto da uomo della strada; meno male che ritornano alla ribalta i sì e i no a spese dei nì. Meno male che, in una fase così nuova, la politica internazionale non è tutta un pasticcio Onu, una falsa recita europea, un tiramisù diplomatico, un "embrassons nous" alla parigina che finirebbe per non abbracciare un bel nulla.
A volte, è preferibile che le cose dure lascino dure conseguenze sbattendo i problemi e gli interessi sul tappeto senza infilare i guanti bianchi. A muso duro, con chiarezza. È la sola maniera onesta per tentare di superare, dopo la guerra in Iraq, anche la non-pace tra un pezzo di Europa e l'America, oggi alleati ai minimi termini. Trovo interessante un aspetto a nostra portata di mano. Questa guerra in particolare ha fatto sì che ciascuno di noi si sentisse personalmente in prima linea quanto Bush e Blair o, per contrasto, in aspettativa quanto lo stesso Chirac. Sulla guerra l'opinione pubblica si è tutta schierata, ha preso trincea, piazza o altare; pochissimi hanno fatto i pesci in barile. Mai si era vista tanta passione sul confine guerra/pace. Uno studioso ha parlato di "tifo".
Da almeno 40 giorni viviamo altrove, fuori, distanti. La stessa politica interna altro non è stata che un lontano bagliore di quella estera. Di colpo il globale ha schiacciato il locale. I giornali assomigliano da settimane a enciclopedie tascabili, costretti come sono ad accompagnare l'attualità delle 24 ore con gli sfondi storici più remoti e con le strategie geo-politiche più proiettate in avanti.
Al bar si parla ancora di sciiti e di curdi su per giù come di juventini e interisti; di democrazia e di petrolio come del passante di Mestre o di quel verme di Unabomber del Nord-Est. È un fenomeno straordinario, di partecipazione più che di informazione; molto umano e poco mediatico; per repulsione o adesione, mai per indifferenza.
L'istinto numero uno è stato di parteggiare, anche con segni ingenuamente esibiti. Chi esponeva una bandiera, non importa quale. Chi, per opporsi all'anti-americanismo, sbandierava i ricordi a stelle e strisce, la propria indimenticabile gratitudine libertaria. Lentamente, stiamo tornando anche un po' a noi. Da 40 giorni sappiamo più cose di Tarek Aziz che di Gentilini, più da Lilli Gruber che da Riccardo Illy. Ma nei prossimi 40 giorni un sacco di elettori del Nord-Est sarà chiamato a ripensare localmente, visto che voterà a Trieste come a Vicenza, a Udine come a Treviso. Voto amministrativo, regionale e/o comunale, dunque sulla carta il più distante dagli scenari globali nei quali siamo tuttora immersi fino al collo. Ecco, questo è un bel tema: un po' di sabbia dell'Iraq finirà anche nelle urne elettorali? Gli esperti sapranno forse rispondere; io no, non ho per ora la più pallida idea se, come ed eventualmente a favore di chi l'accoppiata pace-guerra possa, alla lunga, influenzare anche un voto amministrativo.
Di sicuro, il salto di tensione c'è, eccome. Si passa dall'emergenza alla normalità; dalla politica che si mobilita a vasto raggio alla politica che rientra nel territorio. Il mondo torna a casa. Per fisiologico riflusso, può aumentare l'astensione dal voto.
Non bastasse, sono elezioni mediocremente di mezzo, a metà strada tra la decrepita prima repubblica e tra il mitico bipolarismo della seconda. Di mezzo per dire da nessuna parte, in uno spazio imprecisato e caotico, dove risultano sfibrati tanto i partiti (di vecchio stampo) quanto gli schieramenti (di ultima generazione): esemplare il centro-destra, nonostante un centro-sinistra dalle duecento ineffabili anime.
Se si guarda tanto al Veneto quanto al Friuli-Venezia Giulia, la Casa delle libertà sembra non esistere più. Si presenta quasi ovunque a tronconi, spesso senza capo né coda. E' uno schieramento inerziale, da secondo turno, quando l'alleanza diventa un residuo matrimonio d'interesse. Al primo turno, dove si decide invece di stare assieme per affinità, la Casa delle libertà si arrende alla Casa in libertà! Messa in libertà dall'onorevole Bossi, nel nome dell'"identità" della Lega.
Pesa il potere reale. A Nord-Est l'asse Bossi-Tremonti ha in questa fase più influenza di Berlusconi-Galan, su questo non ci piove. Il solo che fa storia a sé è Gentilini, così indipendente tanto da Bossi quanto da Berlusconi da ricandidarsi per la terza volta a Treviso attraverso un sosia!
Un caso nazionale da scienze politiche. L'ultimo raìs in circolazione.

Data: 
Domenica, 27 April, 2003
Autore: 
Fonte: 
MESSAGGERO VENETO
Stampa e regime: 
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