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Dopo la visita di Idv e radicali, aderiscono venti detenuti. Carcere, tagli ai fondi e gravi carenze. Sciopero della fame

Testo: 

Appello a Pedrotti: rilanci la battaglia sulla nuova struttura il trasloco in comina

Una ventina di detenuti in castello a Pordenone ha aderito ieri allo sciopero della fame e della sete, promosso dai Radicali, dopo la visita in castello del consigliere regionale, Alessandro Corazza, e del responsabile dei Radicali friulani, Stefano Santarossa. Si tratta dell’ennesima vigilia di Ferragosto in piazza della Motta per i radicali con l’obiettivo di denunciare lo stato di sovraffollamento della struttura. Una visita preceduta da uno screzio tra i radicali partecipanti, visto che Paola Scaramuzza non è potuta entrare dato che Corazza poteva portare con sè solo un altra persona e per questo se ne è andata, salvo poi ritornare a fine conferenza stampa. I numeri raccolti nel corso della visita sono eloquenti, anche se non replicano il picco registrano in altre occasioni: 78 detenuti, contro una capienza massima di 56, dei quali 34 con sentenza definitiva e 25 in attesa di giudizio. Una quarantina gli agenti penitenziari (sui 60 in pianta organica) solo la metà dei quali effettivi, con il direttore, Alberto Quagliotto, a scavalco con altre sedi. Una situazione critica che riafferma la necessità di un nuovo istituto penitenziario, previsto in Comina da un accordo di programma tra Stato, Regione, Provincia e Comune, che rimane nel limbo. «La verità - ha affermato Corazza - è che mancano le risorse sia a Roma, sia a Trieste. Con l’ultima manovra di bilancio non si prevede un euro di quelli promessi dalla giunta Tondo e sarà difficile che verranno reperiti più avanti». Peraltro Idv ribadisce «la propria contrarietà alla scelta di collocare il carcere in Comina, incrementando la cementificazione, con un numero di posti (450) spropositato». La denuncia della situazione in cui versano i detenuti «per i quali i corsi di rieducazione sono all’osso per un ulteriore taglio dei fondi» è l’unico elemento di intesa tra radicali e Idv. Santarossa, che ha aderito allo sciopero nazionale della fame e della sete, sottolinea che la via d’uscita immediata «sono l’amnistia e le prescrizioni che consentirebbero ai giudici, alle prese con 10 milioni di processi, di fare il loro lavoro. E’ necessario sdoganare questi temi, aggiungendo una riforma della giustizia che preveda, tra le altre cose, la separazione delle carriere e lo stop agli incarichi extragiudiziali». Proposte non condivise dal partito di Di Pietro. Santarossa ha anche lanciato un appello al sindaco di Pordenone, Claudio Pedrotti, affinché torni a sollevare la questione del carcere di piazza della Motta per fare in modo che si possano trovare le risorse per sbloccare il trasloco da un castello ormai irriconoscibile, diventato luogo di detenzione e sofferenza oltre i limiti della pena decisi dai tribunali.

L’accordo di programma resta nel limbo

Di nuovo carcere si parla dagli anni Ottanta quando un finanziamento già assegnato fu trasferito a Tolmezzo visto il mancato accordo sul sito. Nella seconda metà degli anni Novanta il braccio di ferro San Vito-Pordenone conclusosi con lo sfumare dell’intesa sulla prima cittadina a causa delle resistenze pordenonesi. Ora l’accordo di programma tra enti con la compartecipazione finanziaria di quelli locali, ma non c’è certezza sui fondi statali.

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Data: 
Lunedì, 15 August, 2011
Autore: 
Stefano Polzot
Fonte: 
MESSAGGERO VENETO - Pordenone
Stampa e regime: 
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