Pd, torna il rischio del “partito appenninico”

Inserito da stefanosantarossa il Sab, 30/01/2010 - 21:01

Data

25/01/2010

Fonte

IL VELINO

Testo

Roma, 25 gen (Velino) - Sono trascorsi tre mesi, novanta giorni esatti, dalla vittoria di Pierluigi Bersani alle primarie del Pd: e, dopo un tempo di rodaggio e di assestamento, è venuto il momento di svolgere qualche considerazione sulla sua segreteria. Poche settimane fa, in un sereno ma severo editoriale sul Corriere della Sera, Angelo Panebianco aveva messo in guardia il Pd rispetto al pericolo di non essere “né carne né pesce”, continuando a non scegliere: oggi possiamo dire che quel rischio si è pienamente materializzato, e che è pressoché impossibile rintracciare un “ubi consistam” del Pd.

Dal punto di vista organizzativo, non è né il “partito delle primarie”, vagheggiato all’epoca di Veltroni, né il “partito strutturato”, basato sulle regole e sugli iscritti, prospettato da D’Alema e Bersani: è un po’ questo e un po’ quello, e quindi è un autentico pasticcio burocratico. Dal punto di vista dei contenuti politici, siamo alla tabula rasa: alzi la mano chi conosce tre sole proposte del Partito democratico. Dal punto di vista del necessario sganciamento da Di Pietro e dal fronte giustizialista, non si registra nessun passo in avanti: anzi, l’approssimarsi delle elezioni ha spinto lo stesso Bersani ad una polemica greve e scontata contro le norme sul cosiddetto “processo breve”. Dal punto di vista delle alleanze politiche, cavallo di battaglia del duo Bersani-D’Alema, si puntava sulla Puglia come laboratorio per l’intesa con l’Udc: ma la prevista e prevedibile reazione di Vendola, oltre che il giochino masochisticamente subìto dalla dirigenza nazionale (accettare di farsi descrivere come gli oligarchi nemici della volontà popolare), ha determinato il trionfo alle primarie del Governatore uscente, e la successiva fuga di Casini. Dal punto di vista della capacità di imporre la propria agenda e le proprie scelte, siamo addirittura alla catastrofe: si pensi al caso laziale, dove il Pd ha finito per piegarsi perfino all’autocandidatura-diktat della Bonino, insidiosa non tanto per il voto cattolico (tema numericamente marginale, per chi ha la pazienza di studiare i flussi elettorali) quanto perché rappresenta l’ultimo residuo della sciagurata stagione prodiana (dalle tasse di Visco alla controriforma previdenziale anti-giovani: tutta roba incredibilmente sostenuta senza esitazioni da Bonino e Pannella).

Insomma, mettendo tutto insieme, il quadro appare devastante: una nave in balia dei marosi, un timoniere incerto, una ciurma litigiosa e sfiduciata, una rotta trasformata in uno zig-zag incomprensibile. A meno di miracoli, o a meno di clamorosi errori del centrodestra, è da presumere che le regionali presenteranno a Pierluigi Bersani un conto salatissimo. E il rischio del “partito appenninico”, cioè sostanzialmente confinato alle regioni rosse, è ormai dietro l’angolo.

Autore

D.Capezzone