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No alle gabbie salariali, sì alla flessibilità

Testo: 

Le gabbie salariali avrebbero il difetto di riprodurre a livello sub-regionale le stesse difficoltà create dalla contrattazione unica

Dopo la diffusione dei dati del centro studi di Bankitalia sul diverso costo della vita tra Centro-Nord e Sud, alcuni esponenti della Lega (con il ministro Roberto Calderoli in testa) sono tornati a chiedere le gabbie salariali. Secondo i ricercatori di via Nazionale, d’altra parte, “posta pari a 100 la media nazionale, l'indice complessivo del costo della vita risulta pari a 89,3 nel Mezzogiorno e a 107,8 al Centro Nord. Nelle regioni meridionali il livello dei prezzi è del 17% inferiore a quello del Centro Nord”. La conseguenza è che nel Mezzogiorno la vita costa il 16-17% in meno rispetto alle regioni del Centro e del Nord: e questo spiega la richiesta leghista di stipendi nominalmente differenziati e quindi tali da assicurare a tutti il medesimo potere di acquisto.
Le reazioni, però, sono state per lo più negative: e spesso sulla base di buoni argomenti.

Ben al di là di ogni considerazione più o meno astratta sull’equità, la proposta della Lega richiama all’esigenza di un rapporto più stretto tra produttività e salari. Se al Sud abbiamo un’alta disoccupazione (pari al 40%, ad esempio, tra i giovani della Calabria) e se invece in certe aree del Nord è difficile trovare forza lavoro, anche il meno liberale tra gli economisti sarà portato a rilevare come tutto questo derivi dalla rigidità dei prezzi. Se assumere un dipendente a Cosenza costa quanto assumerne uno a Vicenza, non si capisce perché qualcuno dovrebbe trovare interessante investire in Calabria.
Ma le gabbie salariali avrebbero il difetto di riprodurre a livello sub-regionale le stesse difficoltà create dalla contrattazione unica: perché una cosa è Milano e altra cosa è la Valtellina, una cosa è Treviso e altra cosa è Rovigo, e via dicendo. Bisogna allora dirigersi vero un rafforzamento della negoziazione aziendale, anche evitando – ogni volta che ciò sia possibile – il livello nazionale. In sostanza, è urgente togliere potere alle centrali sindacali (che si tratti della Cgil come della Confindustria) e dare più autonomia negoziale a chi lavora davvero: imprenditori e dipendenti.

La provocazione lanciata dalla Lega mantiene però una sua validità per ciò che riguarda il settore pubblico. In questo caso non soltanto è difficile avviare contrattazioni locali, ma la stessa “contrattazione” non ha molto senso. Mentre nel privato a confrontarsi è chi paga e ottiene un servizio (l’impresa) e chi riceve soldi e fornisce una prestazione (il lavoratore), nel caso del lavoro pubblico tutto è differente. Ministri e funzionari di Stato sono assai meno motivati a “resistere” di quanto non lo siano i titolari di un’azienda privata, che dopo ogni aumento vedono ridursi gli utili dell’impresa. Per questo motivo, la strada dei mille contratti a livello aziendale è irragionevole quando si parla di funzione pubblica e quindi è qui ben più legittima l’esigenza di differenziare gli stipendi delle diverse aree del Paese.

Soprattutto perché assegnare stipendi “reali” più alti al Sud – come avviene oggi – significa creare un sistema di incentivi che spinge proprio verso il pubblico impiego. Al contrario, il Mezzogiorno ha bisogno di veder crescere il settore del lavoro privato, che ora troppo gracile e marginale.

Fin ad oggi l’impiego alle Poste o nell’istruzione pubblica è servito da ammortizzatore sociale. Quale che fosse la produttività dei dipendenti, si è garantito un salario reale maggiore a quanti lavoravano in Sicilia rispetto a quanti (anche meridionali) erano impiegati in Emilia, e ciò in ossequio ad un’idea del tutto astratta (e iniqua) di eguaglianza. Ma nel medio-lungo periodo la sirena del “posto” ha creato molti danni, dato che ha ostacolato il radicarsi di una cultura dell’impresa. In sostanza, il risultato è stato il trionfo del clientelismo e degli uomini di partito.

Differenziare stipendi e salari nel vasto arcipelago pubblico e parapubblico è molto importante anche per permettere al Sud di trarre beneficio da ogni progresso sulla strada del federalismo. Se vuole attirare aziende e capitali (dal Nord come dall’estero), il Mezzogiorno deve poter essere in condizione di pretendere imposte regionali inferiori a quelle adottate da altre regioni, e per provare a percorre questa strada può giocare proprio sul fatto che nel tempo esso è in condizione di attribuire salari più bassi ai propri dipendenti.

Fino ad oggi, i capitali hanno preso la strada di Sofia e di Bucarest, di Pechino e di New Dehli. Perché non dovremmo provare a farli approdare anche sulle coste del nostro Sud?

Data: 
Giovedì, 6 August, 2009
Autore: 
Carlo Lottieri
Fonte: 
LIBERAL
Stampa e regime: 
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