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Pd, Pasquino: Leadership Veltroni completamente in discussione

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Roma, 16 giu (Velino) - La leadership di Walter Veltroni “non è in discussione”, affermano quasi all’unisono Antonello Soro e Vannino Chiti. In ottima compagnia all’interno del Pd. Ma c’è chi vede le cose in modo opposto. La leadership di Veltroni “è completamente in discussione”, dichiara al VELINO il politologo Gianfranco Pasquino, ex parlamentare della sinistra. A mettere in discussione la leadership di Veltroni - prosegue Pasquino - sono “sia coloro che intervengono banalmente in sua difesa, sia quanti hanno creduto poco in partenza all’operazione Veltroni e ora vi credono ancora meno, considerati anche gli esiti poco preziosi delle elezioni”. Serve dunque un congresso in cui la questione leadership sia affrontata in modo trasparente? Pasquino risponde: “La si potrebbe affrontare in un’assemblea, se la si organizzasse in maniera tale da rendere possibile la discussione. Dunque con una breve relazione introduttiva del segretario su cui sia possibile intervenire. Basterebbe un mese di tempo per organizzarla. L’importante è che ai componenti dell’assemblea sia spedito un testo su cui confrontarsi - le condizioni telematiche per farlo ci sono tutte. Non servono appuntamenti retorici e spettacolari, in cui tutto è già definito”. Tanto meno - continua il politologo - c’è bisogno di un finto passaggio congressuale come le assise tematiche: “Il congresso dev’essere politico, deve servire a capire come fare per uscire dalla solitudine - il Pd è ormai un partito senza alleati. Ma un simile congresso a ottobre-novembre non si può fare. Bisognerebbe sapere chi sono gli iscritti. Invece non si sa: la realtà - constata Pasquino - è che il partiti non c’è”.

In uno scenario così fosco, per Pasquino può restare sullo sfondo la questione del presidente del partito - una carica vacante, dopo le dimissioni di Romano Prodi. Il direttore del Riformista, Antonio Polito, lancia al riguardo una proposta pragmatica: prendere atto che l’albero genealogico del Pd “è illegibile, l’eredità non passa tra consanguinei, e i discendenti non derivano per linea diretta da un unico ceppo. In queste condizioni, padri nobili non possono essercene. Prodi era l’unico, ma solo perché era stato il padre nobile dell’Ulivo, cioè della famiglia allargata precedente. Caduta la sua disponibilità (con qualche ragione) non c’è che da lasciar perdere. Inutile cercarsi i penati - suggerisce il direttore del quotidiano arancione - se i penati non ci sono”.

Che ne pensa Pasquino? “Se per Prodi non sono ammessi ripensamenti, se non vuole assumere responsabilità in un partito che non riconosce e che è ben diverso dal ‘suo’ Ulivo, si può rimanere senza presidente. D’altra parte, se la carica del presidente è solo celebrativa, se ne può scegliere un altro. Così come si può benissimo fare a meno di un presidente impotente. Tanto più - aggiunge il politologo - in presenza di un segretario onnipotente. In grado di fare il bello e - purtroppo - il cattivo tempo”. Quanto allo spinoso tema della collocazione europea del Pd, Pasquino non è ottimista: “Non si profila alcun compromesso accettabile”. Tale non è - secondo il politologo - l’ipotesi, da più parti accreditata, di un Pd autonomo a Strasburgo ma federato col Pse: “Una soluzione arrangiata di questi tipo può anche concretizzarsi, ma non ne vedo né la spendibilità in Italia, né l’efficacia in Europa. Non è realistico che sia la spinta del Pd a mutare il quadro politico europeo: non sono adeguati né il peso specifico del paese né quello del partito guidato da Veltroni”.

Infine, il fiorire in seno al Pd di associazioni, e fondazioni più o meno simili a correnti. Un fenomeno rilevato anche da Pasquino, secondo il quale “non è un male se uomini liberi uniscono le forze - purché si tratti di correnti mobili, non organizzate in modo ferreo. Inutile negare le differenze nel Pd: meglio un confronto aperto - su strategie e linea politica, auspicabilmente - che il sospetto reciproco permanente. Ed è bene che il confronto maturi nell’assemblea costituente o in un congresso in cui si distribuiscano cariche - in maniera argomentata, c’è da sperare. Non - prosegue il politologo - come è avvenuto per il governo ombra. Dove a decidere tutto è stato Veltroni, sulla base di referenze abbastanza appassite”.

Per Pasquino lo shadow cabinet avrebbe potuto rappresentare un efficace strumento d’opposizione. “Invece è privo di coordinamento. Sui giornali vedo spesso Nicola Latorre, che del governo ombra non fa parte. Vedo anche Pier Luigi Bersani, ma non mi pare che si esprima sufficientemente in veste di ministro ombra dell’Economia. Marco Minniti, ministro ombra dell’Interno, nel dibattito politico è presente, altri molto meno. Disattenzione da parte mia? Può essere, anche se io i giornali li leggo. Mi chiedo che impatto possa avere il governo ombra sulla gran parte degli elettori, che segue meno da vicino le vicende politiche. Quelli da convincere sono loro, non Pasquino”.

Data: 
Lunedì, 16 June, 2008
Autore: 
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Fonte: 
IL VELINO
Stampa e regime: 
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