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"Omocausto" a scuola

Testo: 

Storia di Giulio che si è diplomato presentando una ricerca sulla persecuzione omosex nei lager. Le reazioni di prof e genitori

Guarda negli occhi i professori della commissione d'esame e inizia la lettura: «La persecuzione dei triangoli rosa è stata per troppo tempo ignorata. Quando si parla di Olocausto si tende a dimenticare che ad essere sterminati sono stati anche gli omosessuali, le vittime più nascoste della macchina di morte nazista». Alle sue spalle non ha voluto né compagni, né amici, l'emozione è troppa. Eppure è abituato ad esibirsi in pubblico. Studia pianoforte al conservatorio ed è giunto all'ottavo anno. Quest'anno, nonostante la preparazione per la maturità, ha tenuto quattro saggi. Le mani in pubblico volano sulla tastiera d'avorio e il cuore si gonfia suonando Liszt, per la gioia dei genitori che hanno predisposto per lui, figlio unico, la migliore delle formazioni. Se le esecuzioni al piano sono prove di maestria, l'esame di maturità al liceo scientifico è diventata una sfida. Ora sta dicendo a voce alta: «Il 18 gennaio 1971 Hitler integra il paragrafo 175 e arriva a sanzionare persino le "fantasie omosessuali"».
LA SFIDA
La voce è forte e a tratti si incrina. Ma non piange. La sfida è anche con se stesso. Giulio si osserva, è lui il suo vero pubblico. Riuscirà ad arrivare fino in fondo? A denunciare tutto l'orrore dello sterminio? Sarà in grado di rispondere a eventuali obiezioni? O, anche adesso, si renderà complice dell'estinzione? Ricorda. Tre anni prima lui, il papà e la mamma riuniti in salotto. Non ha mai voluto raccontare balle, ai suoi vuole bene. Da quando è mancata la nonna materna sono un triangolo stretto, chiuso come un guscio di noce. Conducono la vita tranquilla di una famiglia benestante della provincia piemontese. La voce esita, ma si leva: «Che pensereste se vi dicessi che mi piacciono i ragazzi?». La madre si dispera, chiede, interroga. Il padre si infuria, si chiude in un silenzio senza pietà per una settimana, e al colloquio successivo raccoglie i frutti della rabbia: «Papà, te lo prometto: diventerò eterosessuale», «Vedrai Giulio, ti farai una famiglia, una moglie, avrai i figli e noi i nipoti».
L'immagine della promessa con la quale ha tradito se stesso sorge nella memoria e l'eloquio si fa più sicuro. I professori lo guardano senza fiatare. «Himmler, forte della sua esperienza di ex allevatore di polli, si convinse di poter guarire gli omosessuali. Creò una sezione speciale dove vennero internati insieme a prostitute polacche, russe, ungheresi. Ma la terapia si rivelò innefficace».
Dal fondo dell'aula sente la voce di un compagno, uno che frequentava il primo liceo: «Se un giorno mio figlio mi dicesse di essere omosessuale, lo porterei a puttane fino a quando non rinsavisce». Ma non doveva essere solo? Si volta, non c'è nessuno infatti. L'immagine di quel piccolo Himmler compagno di scuola è stata solo evocata dal dolore. Un motivo in più per non allentare la presa, per non cedere.
La voce continua, alta e forte, imita la precisione delle mani quando premono sui tasti. La musica non si interrompe, l'emozione non si frammenta. «Himmler prosegue nel suo progetto di "mascolinizzazione" attraverso l'immissione di ormoni maschili cristallizzati. Crede che con la castrazione e l'innesto di un glande artificiale può trasformare i gay in etero».
LA PROMESSA
Dopo aver fatto al padre la promessa di diventare eterosessuale a scuola inizia quelle che potremmo chiamare "prove di imitazione". Giulio, un ragazzo così elegante, cultore del linguaggio scelto, si scopre a dire: «Guardate quel frocio...». Succede solo una volta, le fitte allo stomaco sono uguali a una tortura. È come condannarsi a morte e pronunciare da sé la sentenza. Si costruisce però un piccolo paragrafo 175 tutto personale, e si perseguita. «Dai, ci mettiamo insieme?», dice a una delle ragazze in conservatorio e, per fortuna, viene rifiutato. Va in gita con la scuola e inizia a sanzionare le sue fantasie omosessuali. La prova è delle più ardue. I professori raggruppano gli alunni e lui si ritrova in camera con Marco, l'amico di cui si è scoperto innamorato. Negli ultimi mesi la sera al telefono hanno parlato per ore. Marco racconta della ragazza, e lui non gli dice del suo vero amore. Ma il corpo di Marco, le risate, le confidenze prima di dormire, i suoi jeans attillati, sono un attentato che prevarica il «fai da te» dello sterminio. Cede almeno alle fantasia. La prof di inglese interviene e dice che il discorso di Himmler, che oggi appare mera follia, ai contemporanei non fece lo stesso effetto. Giulio sottolinea quanto tempo ci sia voluto prima che iniziasse a fare davvero effetto, cioè a suscitare l'orrore.
STERMINIO FAI DA TE
«L'articolo 175 è rimasto in vigore per molto tempo dopo la guerra. La reticenza dei sopravvissuti a testimoniare della persecuzione ne fu una conseguenza, chi denunciava le sevizie ammetteva al contempo di essere omosessuale. Per questo non riusciamo a conoscere ancora con esattezza il numero delle vittime dello sterminio».
Con il padre l'argomento omosessualità e tabù. Su questo si regge la famiglia. Giulio accorre ogni volta che i genitori hanno bisogno, a scuola va benissimo, ha la media dell'otto e del nove. Ma, nel silenzio, la promessa vacilla. E vacilla anche la doppia vita di Giulio. Fuori etero come tanti, dentro omosex nel sepolcro delle emozioni. Sorgono gli interrogativi, passa dai giochi al computer ai tanti inquietanti quesiti su di sé. Un giorno trova il coraggio di parlare con una compagna, che spiffera tutto in giro. Finché si fa forte e si rivela a Marco: «Ti andrebbe se la nostra amicizia diventasse una relazione sentimentale?». Silenzio, imbarazzi. Non parla mai solo di sesso, non gli interessa il corpo senza amore, finora ha incontrato due ragazzi grazie a Internet, con uno chiacchiera, l'altro diventa un conoscente. Marco alfine risponde: «Per il momento no». Giulio è solo. Nessuno che apra quel triangolo chiuso come una noce, che lo sostenga nell'evitare che al cospetto del padre la sua identità rischi l'estinzione. Nessuno? E le sue idee, la forza dell'argomentare, l'eccellenza negli studi? Si accorge che prende voti alti non solo per fare contenti i genitori, ma per amore. Amore di sé, di Giulio intero. Ha iniziato da qualche tempo a comporre un suo diario telematico, un blog, luogo di rivelazione di sé e di contatto con gli altri. Sui portali in Internet è molto apprezzato. L'abilità dunque può servire anche a comunicare, a cercare altre figure di riferimento. All'inizio dell'anno concepisce l'idea della tesina, con la sua media non ne avrebbe bisogno, ma si scopre appassionato. «Cari prof, in questa ricerca ho messo tutto me stesso, non è stato un lavoro scolastico. Ho provato un intimo piacere nel capire che l'orrore poteva essere denunciato». Prima di portare la tesina all'esame, la fa leggere a scuola, con l'approvazione di compagni e dell'insegnante di italiano. In Internet, nelle chat, ne parla ad alcuni corrispondenti omosex e tutti lo dissuadono «perché studiare la persecuzione degli omosessuali equivale a dire di esserlo» e per molti giovani di oggi dire di sé continua ad essere un'operazione ad alto rischio. Ma lui prosegue. La passione per la denuncia lo ha condotto troppo avanti per essere tentato ancora dal sapore dolciastro della reticenza.
GUERRA AL SILENZIO
Una settimana dopo, tornando a casa, la doccia fredda. I genitori costernati: «Ha telefonato uno, ha detto: tuo figlio è il frocio della scuola». Poteva essere uno scherzo, poteva essere una molestia. Nel triangolo familiare si riapre una ferita dolorosa. Giulio promette di nuovo: guarirà, diventerà eterosessuale. Poi legge la tesina sull'omocausto a casa: «Me la porgi con un tono di sfida», osserva il padre. In cucina Riccardo aspetta che il genitore legga tutta la ricerca. Al termine, dopo una lunga pausa di silenzio, chiede: «Perché hai scelto proprio questo argomento». «Perché di questo argomento non si parla mai».
«Cari professori, la cosa che fa più male è il silenzio, l'indifferenza. Non è questione di parlare male dell'omosessualità o bene. Il peggio è non parlarne proprio. Concludo con le parole di un sopravvissuto: "Mi sarebbe piaciuto parlare con qualcuno, ma nessuno mai vuole sentire. Tutti dicono che sono cose passate e finite. Anche per me è tutto passato"». L'esame, quello sì, è finito. Il nodo alla cravatta è allentato. I capelli neri sono imperlati di sudore. A sentirlo non c'era nessuno, eppure c'era, nascosta nell'aula e nel mondo fuori, la fitta schiera dei tanti ragazzi vestiti di silenzio com'era Giulio fino a ieri. Sono i numerosi giovani che ingaggiano in famiglia una lotta, spesso invisibile e lunghissima, per la liberazione.
I docenti si alzano e gli stringono la mano: maturo in omosessualità con 100 e lode.

Pubblicato il: 27.01.08
Modificato il: 09.02.08 alle ore 18.05

Data: 
Domenica, 27 January, 2008
Autore: 
delia.vaccarello@tiscali.it
Fonte: 
L'UNITA' ONLINE
Stampa e regime: 
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