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Gettare l'oro al vento

Testo: 

Vendita delle riserve e aumento della spesa

Alitalia perde circa due milioni di euro al giorno. A fine luglio l'asta che il governo aveva indetto per vendere la compagnia aerea è fallita perché tutti i partecipanti si sono ritirati (il governo li obbligava a mantenere un numero ingiustificato di dipendenti e soprattutto a rilevare contratti con società di servizio parassite che da anni vivono alle spalle dell'azienda pubblica).

Non eccessivamente preoccupato il presidente del Consiglio è andato in vacanza e ha rimandato il problema a settembre. Quando tornerà la società pubblica (e quindi tutti noi) avremo perso altri 60 milioni di euro. Con altrettanta disinvoltura e leggerezza il governo ora chiede che la Banca d'Italia venda una parte delle proprie riserve (che tra l'altro non sono proprietà esclusiva dello Stato ma parte del patrimonio della Banca centrale europea) per ridurre il debito pubblico.

Improvvisamente urge abbattere il debito. Intanto osservo che nei primi quattro mesi di quest'anno (dati resi noti l'altro ieri dalla Ragioneria generale) le spese delle amministrazioni pubbliche sono cresciute del 12%. Vendere le riserve della banca centrale è certamente facile: non urta interessi e privilegi di alcuno. Per quale ragione lo Stato possiede un'azienda tipografica? Negli ultimi quindici anni il consiglio di amministrazione del Poligrafico dello Stato è servito (a tutti i governi) per sistemare grands commis in difficoltà.

Quotidianamente Comuni e province lamentano la scarsità di risorse e reclamano maggiori trasferimenti dal bilancio dello Stato. Ma poi comprano quote di acquedotti, autostrade, aziende di trasporto pubblico locale, società di smaltimento rifiuti. Un continuo affastellarsi di consiglieri di amministrazione ben retribuiti. Sei anni fa ad esempio lo Stato regalò l'Acquedotto Pugliese, il più grande d'Europa, alla Regione Puglia in cambio dell'impegno a privatizzarlo. Da allora in Puglia vi sono state due giunte, di opposto colore politico, ma quell'impegno non è mai stato osservato, né il governo ha mai chiesto che il contratto venisse rispettato. All'ombra degli enti pubblici locali è nato un nuovo capitalismo pubblico difeso da tutti i partiti: quando Giulio Tremonti cercò di costringerli a vendere, la Lega insorse dicendo «Giù le mani, è roba nostra». In questo Parlamento la legge proposta dal ministro Linda Lanzillotta non ha sinora avuto sorte migliore, tanto forte è la lobby degli enti locali. Lo Stato possiede ancora (in parte direttamente, in parte attraverso la Cassa Depositi e Prestiti) il 30% dell'Enel. Ai prezzi di mercato queste azioni valgono 15 miliardi di euro. Analoga la situazione dell'Eni: la quota pubblica vale 33 miliardi. Se c'è tanta fretta di vendere perché non cominciare da qui?

Vendere i gioielli di famiglia per ridurre i debiti è sempre un'ultima ratio. Ma affinché il patrimonio non venga gettato al vento occorre essere sicuri che quelle vendite servano davvero a ridurre i debiti e non a finanziare spese che continuano a correre. Vendere l'oro della Banca d'Italia è una mossa spregiudicata, un'inutile furbizia, tanto quanto lo sono state alcune operazioni della cosiddetta «finanza creativa» del precedente governo.
Il che non significa che non si debba privatizzare. Ma non per ridurre i debiti, bensì per ridurre l'interferenza dello Stato nell'economia, per evitare vergogne come Alitalia, per consentire che si imponga la concorrenza, perché sino a quando lo Stato rimarrà il maggior azionista di Eni ed Enel — e Comuni e province delle aziende pubbliche locali — è difficile che le rendite monopolistiche di quelle aziende vengano tagliate nell'interesse dei cittadini.

Data: 
Venerdì, 10 August, 2007
Autore: 
Francesco Giavazzi
Fonte: 
CORRIERE DELLA SERA
Stampa e regime: 
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