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Il colbertismo impiccione

Testo: 

Sarkozy, lo Stato francese e quello italiano

L'editoriale del Corriere di lunedì scorso (Mario Monti, «Un liberale colbertista ») era un ragionato e appassionato appello a Nicolas Sarkozy. «Perché hai voluto eliminare dall'art. I-3.2 del Trattato costituzionale la specificazione finale, riguardante una concorrenza libera e non distorta? Perché invochi che la concorrenza cessi d'essere una religione, affinché possano emergere campioni nazionali ed europei? Non ti rendi conto che campioni francesi ed europei sono nati e possono nascere, ed essere robusti quanto è necessario, proprio grazie alla concorrenza? Tieni fede alla componente liberale del tuo programma: conviene alla Francia e conviene all' Europa!».

Non seguo Mario Monti nell'illustrazione dell'appello, per me del tutto convincente. Mi soffermo invece su una sua premessa, per arrivare poi rapidamente ad una considerazione riguardante il nostro Paese. Il colbertismo, inteso come intromissione dello Stato nelle vicende delle singole grandi imprese a discapito della disciplina della concorrenza, è dannoso per il Paese che cede alle sue tentazioni. Al contrario, uno Stato forte e ben amministrato, capace di imporre regole e farle rispettare, di garantire alle imprese i servizi di cui hanno bisogno, di organizzare una buona scuola e una buona università, di costruire un eccellente sistema di trasporti, di fornire energia a basso costo, una giustizia civile che funziona, un efficace controllo del territorio, è un vantaggio straordinario per le imprese e per il Paese nel suo insieme. La Francia possiede questo tipo di Stato e oggi ha anche la fortuna che il suo sistema elettorale e costituzionale è stato in grado di porgli a capo una guida politica autorevole e sicura. Sono caratteri che bastano e avanzano per soddisfare l'ambizione profonda del colbertismo: come garantire che una comunità nazionale possa prosperare ed acquistare un ruolo importante nel consesso delle nazioni. Il colbertismo impiccione, se mai ha avuto qualche vantaggio, oggi non funziona ed i vantaggi sono sopraffatti dai costi. Sarkozy, nell'impostazione del suo programma, sembrava averlo capito: di qui l'appello di Monti.

E noi italiani? Per noi uno Stato forte ed efficiente, guidato da una élite politica autorevole e sicura, sembra essere un sogno lontano. Significa questo che, per venire incontro alle difficoltà delle nostre grandi imprese, per noi è più giustificabile che in Francia chiudere un occhio sulla disciplina della concorrenza ed indulgere in qualche manovra di colbertismo impiccione, di «difesa dell'italianità»? E' vero il contrario. Anzitutto perché proprio la cattiva qualità della nostra pubblica amministrazione e della nostra politica renderebbe queste manovre ancor più dannose che in Paesi dove amministrazione pubblica e politica funzionano bene. Non è facile in via generale che lo Stato sappia scegliere meglio del mercato i potenziali vincitori: da noi meno che altrove, perché è improbabile che i criteri di scelta siano ispirati al bene comune e non vengano corrotti da quelle motivazioni partigiane che sono state svelate anche di recente e oggi sono oggetto di indagini giudiziarie. Secondariamente e soprattutto perché ci distoglierebbe dal grande obiettivo che dobbiamo perseguire, quello di uno Stato forte, di una buona amministrazione e di una buona politica. Una volta che si sia addivenuti ad un ragionevole riparto di compiti tra pubblico e privato, Stato forte e mercato concorrenziale sono come le due lame di una forbice, un complemento indispensabile l'uno dell'altro.

Data: 
Venerdì, 3 August, 2007
Autore: 
Michele Salvati
Fonte: 
CORRIERE DELLA SERA
Stampa e regime: 
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