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Si va in pensione a 67 anni La riforma parte dal 2012

Testo: 

Per la grosse Koalition di Angela Merkel, l'innalzamento dell'età pensionabile a sessantasette anni è una decisione già presa. Sta scritta a chiare lettere nel contratto firmato da Spd, Cdu e Csu. E da queste parti, i contratti si rispettano. A partire dal 2012 il limite d'età verrà aumentato progressivamente: di un mese all'anno fino al 2023 e di due mesi nei successivi sei anni. Chi è nato nel 1964 può essere certo fin da ora che non potrà andare in pensione prima di aver compiuto sessantasette anni. Il vecchio limite d'età continuerà a valere, invece, per i lavoratori che hanno almeno quarantacinque anni di anzianità contributiva. In quest'ultimo caso, verranno calcolati i periodi di maternità e di cura degli anziani o dei disabili.

Vista così, la riforma appare quasi indolore. Ma in un paese in cui la difesa dello stato sociale è una priorità che mette d'accordo elettori di destra e di sinistra, il superamento della soglia dei sessantacinque anni ha un valore simbolico non indifferente. Il fondamento della politica economica della Repubblica federale tedesca è la cosiddetta economia sociale di mercato. Per chi è cresciuto nel dopoguerra, la storia tedesca è stata un crescendo: estensione di diritti, miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, sussidi alle famiglie, ai disoccupati, agli studenti. «Die Rente ist sicher», la pensione è sicura, era la formula che ha garantito il lungo successo dei governi guidati da Helmut Kohl. Da almeno dieci anni a questo parte il clima è cambiato. La martellante campagna mediatica sul calo demografico è entrata nelle case e nelle teste dei tedeschi. La sicurezza è venuta meno. Tra la gente comune, si è diffuso un senso di inquietudine rispetto al futuro. Succede spesso di ascoltare, in birreria, i bizzarri ragionamenti di improvvisati esperti d'economia pronti a rivoluzionare i modelli previdenziali da un giorno all'altro. Oppure, più semplicemente, gente che teme che il sistema non regga e si chiede se i propri figli l'avranno mai, la pensione.

D'altra parte, i numeri parlano chiaro. Già oggi gli ultrasessantacinquenni costituiscono il 17 per cento della popolazione tedesca. Secondo le previsioni più attendibili, nel 2050 saranno circa il 30. Se prendiamo in considerazione la fascia d'età superiore, l’evoluzione sarà ancora più drastica: nel 2050 il numero dei cittadini che avranno più di ottant'anni, in Germania, si triplicherà, arrivando così al 12 per cento. Nel contempo, in Germania nascono sempre meno bambini. La media delle nascite è del 1,4 per ogni donna. Inoltre vi è una forte diminuzione dei contributi previdenziali, dovuta alla disoccupazione e alle nuove forme di lavoro precario. In quattro anni, dal 2001 al 2005, la base dei lavoratori che paga i contributi necessari al sostentamento del sistema previdenziale è scesa da 27,8 a 26,3 milioni.

Così Angela Merkel, non diversamente dai leader degli altri paesi europei, ha tre obiettivi da raggiungere. Incentivare la natalità con apposite politiche di sostegno alla famiglia, combattere la disoccupazione per incrementare la massa dei lavoratori che paghino i contributi e fare sì che si lavori più a lungo possibile. Di questi tre obiettivi, il terzo è senza dubbio quello meno popolare. Come convincere i tedeschi prossimi alla pensione a rinunciare a una seconda giovinezza fatta di viaggi, studi e divertimento? Come trattenere in fabbrica o in ufficio chi è fermamente intenzionato a godersi la vita trasferendosi a Palma de Mallorca?

Ma, soprattutto, come far rientrare nel mercato del lavoro chi ne è stato espulso e che, a cinquant'anni, non ha alcuna prospettiva di essere riassunto? Il tema, seppure timidamente, comincia a essere affrontato. Allo stato attuale, i lavoratori che hanno più di cinquantacinque anni sono il 45 per cento. Una specifica iniziativa governativa denominata “50 e più

Data: 
Giovedì, 14 September, 2006
Autore: 
Giandomenico Bonanni
Fonte: 
IL RIFORMISTA
Stampa e regime: 
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