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IL PENDOLO DI PRODI

Testo: 

Caso Autostrade e interventismo del governo

In un articolo pubblicato sul Corriere il 6 marzo scorso («Basta con lo Stato proprietario») Romano Prodi espose la sua visione dei rapporti tra Stato e imprese: «Porteremo lo Stato al ruolo che gli compete in una moderna economia di mercato, quello del regolatore, non del proprietario. Renderemo più contendibile e più aperto il mercato delle public utilities per avere imprese efficienti e tariffe meno care». E sul ruolo delle Autorità, lo strumento attraverso il quale uno Stato moderno regola i mercati, lo stesso presidente del Consiglio aveva illustrato sul Sole 24 Ore (12 agosto 2005) un progetto di riforma ambizioso, volto a rendere il nostro sistema delle Autorità - che il governo Berlusconi aveva molto indebolito - «più forte e più coerente». Parlava il Prodi presidente della Commissione europea, avverso a ogni interferenza dello Stato nell’attività delle imprese, attento a garantire l’indipendenza delle Autorità.
Nel programma elettorale dell’Unione si profila invece una visione più interventista: «La politica industriale (p. 121) ha oggi un ruolo cruciale nel sostegno allo sviluppo economico. Il nostro obiettivo è quello di creare un unico centro di responsabilità politica preposto a contrastare il declino dell’apparato produttivo italiano, coordinato con i diversi livelli istituzionali di competenza nazionali e territoriali».
Questa linea di politica economica sembra prevalere nelle prime scelte compiute. Il Dpef ha dedicato alle privatizzazioni 5 righe, in un documento di 160 pagine. E non a caso. Il ministro Tommaso Padoa-Schioppa, illustrando il Dpef in Parlamento, ha spiegato che lo Stato non può vendere altre azioni di Enel, diversamente rischia di perdere il controllo della società. Ma davvero, per regolare il settore elettrico, occorre sedere nel consiglio d’amministrazione di Enel col potere di nominare presidente e amministratore delegato? Non sarebbe più liberale affidarsi a un’Autorità indipendente e lasciare la proprietà di Enel al mercato? In Gran Bretagna, London Electricity, una delle maggiori aziende elettriche di quel Paese, è posseduta dai francesi ma è ben regolata e la luce a Londra costa meno che in Italia.
Venerdì il governo ha proibito la fusione tra Autostrade e la spagnola Abertis, sostenendo che costruttori non potranno mai essere azionisti dell’azienda: quest’interdizione cioè è perenne, non aveva efficacia solo al momento della privatizzazione. Prima di vietare un’integrazione tra due aziende europee - che Bruxelles probabilmente ci farà rimangiare - non sarebbe stato più opportuno istituire un’Autorità per i trasporti e affidarle il controllo di un mercato oggi regolato dall’Anas in palese conflitto di interessi?
Le cronache estive dedicano ampio spazio al futuro della proprietà di Telecom Italia e ai partiti che già si stanno formando: chi a favore dell’ingresso dell’imprenditore australiano Murdoch, chi di Berlusconi tramite Mediaset, chi della Cir di Carlo De Benedetti. Il presidente del Consiglio ha certamente il diritto di essere informato sul futuro della nostra maggiore azienda di telecomunicazioni ma dovrebbe fugare anche solo il sospetto di voler influenzare o, peggio ancora, determinare il futuro di un’impresa privata. Urge invece che egli vari il suo progetto di una nuova autorità per le reti. Anche perché forse, mentre a Roma si discute dell’italianità di Telecom, qualcuno potrebbe acquistare sul mercato il 29% dell’azienda, conquistandone il controllo senza neppure dover lanciare un’opa.

Data: 
Lunedì, 7 August, 2006
Autore: 
FRANCESCO GIAVAZZI
Fonte: 
IL CORRIERE DELLA SERA
Stampa e regime: 
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