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La Lobby che Tiene Famiglia

Testo: 

Spero che il ministro Pier Luigi Bersani riesca a vincere la sua battaglia per le liberalizzazioni. Ma è possibile che il risultato, alla fine della partita, sia soltanto la versione aggiornata e migliorata di alcuni fra i numerosi concordati che lo Stato italiano è stato costretto a stipulare con i piccoli e grandi poteri corporativi della società nazionale. Gli ordini professionali e le associazioni di categoria cederanno alcune prerogative e apriranno qualche varco nelle loro fortezze. Ma si batteranno per conservare il diritto di autogoverno e di cooptazione. Sosterranno che questi diritti vengono esercitati nell'interesse della comunità e servono a garantire la qualità del servizio prestato.
Sono argomenti discutibili, spesso infondati, ma le corporazioni possono contare, per opporsi all'iniziativa del ministro per lo Sviluppo economico, sulla complicità di una parte importante del Paese. Se la battaglia di Bersani è così difficile, la causa non è l'importanza dell'associazione interessata da un singolo provvedimento o la sua capacità di nuocere con la propria resistenza al traffico di una città, al lavoro dei tribunali o alle legittime aspettative del cittadino consumatore. La sua forza sta nel tacito consenso di una società nazionale in cui ogni cittadino sa che la sconfitta di una corporazione può preannunciare la fine della propria.
Vi è una vecchia leggenda che occorre forse sfatare. Gli italiani non sono individualisti. Il «particulare» di cui parlava Guicciardini non è l'interesse del singolo cittadino, deciso a realizzare se stesso in libera gara con coloro che praticano lo stesso mestiere e hanno le stesse ambizioni. Il «particulare» italiano è l'interesse di gruppi organizzati in cui l'individuo è anzitutto socio, collega, sodale, fratello, compare.
Alcuni fra i migliori economisti italiani, da Mario Monti a Francesco Giavazzi, ci hanno spiegato negli scorsi giorni quali effetti negativi queste corporazioni possano avere sul costo, sulla qualità e sull'efficacia dei loro servizi.
A me sembra che accanto a questo effetto ve ne sia un altro, forse più grave. Le corporazioni diffidano del merito. Sanno che l'applicazione di questo criterio per il reclutamento e la promozione delle singole persone introduce nella professione un intollerabile elemento di imprevedibilità ed è un attentato al diritto di cooptazione. Gli avvocati, i notai, i professori universitari e altri membri di antiche professioni liberali si considerano comproprietari di un sodalizio cui debbono poter accedere anzitutto i figli, i congiunti gli allievi, i collaboratori fedeli. È questa la ragione per cui in Italia i pubblici concorsi vengono spesso ritardati, rinviati, aggiustati o più semplicemente aggirati con il sistema della chiamata personale, del reclutamento clientelare o dell'ope legis. Il merito come criterio di scelta rappresenta per tutte le corporazioni un fastidioso fattore di disturbo. È meglio cooptare sulla base di altri criteri: i legami di sangue, lo scambio di favori o la fedeltà.
Commetteremmo un errore se pensassimo che queste caratteristiche appartengono soltanto alle associazioni contemplate nei primi provvedimenti di Bersani. Ve ne sono molte altre, fra cui persino quella dei giornalisti, che dovrebbero guardarsi allo specchio e fare un esame di coscienza. Le società di mestiere, con i loro statuti di autoprotezione, hanno svolto in alcuni momenti un ruolo utile al Paese. Oggi sono uno dei motivi della lentezza con cui l'Italia si adatta alle condizioni di un mondo in cui vincono, nelle battaglie dell'economia e del progresso scientifico, soltanto quelli che mettono in campo i migliori.

Data: 
Lunedì, 31 July, 2006
Autore: 
Sergio Romano
Fonte: 
IL CORRIERE DELLA SERA
Stampa e regime: 
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