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Il dopo Ara Pacis

Testo: 

La nuova casa per l’Ara Pacis è ormai parte del panorama romano. L’apertura al pubblico ha posto fine ad una forsennata campagna di aggressione e intimidazione il cui obiettivo andava e va ben al di là dell’opera di Richard Meier: bandire l’intera l’architettura moderna dai centri storici e riportare l’orologio della storia all’eclettismo ottocentesco. Alle folcloristiche truppe di accademici tradizionalisti e nostalgici passatisti si erano accodati quei radicali che guardano al futuro con il cannocchiale rovesciato. Fieramente convinti che il futuro urbatettonico del centro storico della capitale fosse in pericolo per mano di un odiato architetto moderno, le hanno provate tutte, persino le pagliacciate, ma senza apprezzabili risultati. L’opera di Meier è lì a testimoniare che l’architettura moderna non solo non minaccia i nostri centri storici ma contribuisce a tenerli vivi e attuali contro chi vorrebbe invece imbalsamarli in raccapriccianti scenografie finto-antiche.

L’intervento, inoltre, vanta un grandissimo merito: ha rotto un tabù che durava da decenni ed ha riportato Roma all’attenzione internazionale. La grande stampa e le maggiori riviste di architettura hanno pubblicato servizi in proposito, sottolineando, chi più chi meno, la fine dell’ostracismo antimoderno.

É indubbiamente vero che un concorso di idee sarebbe stata, in teoria, la soluzione migliore. Ma, con un precedente illuminante come quello per l’ampliamento degli uffici della Camera dei Deputati (fine anni ’60) svanito nel nulla, un concorso internazionale si sarebbe impantanato nella sabbie mobili delle chiacchere e delle polemiche ad oltranza. L’incarico ad un’architetto prestigioso, fuori dal corrotto sistema italiano dei concorsi e dalla spartizione degli incarichi progettuali, era la sola soluzione ragionevolmente praticabile. Un gesto lungimirante. Le polemiche, le chiacchere, gli ostruzionismi ci sono stati ugualmente ma l’opera è stata portata felicemente a termine.

Messi a cuccia i crociati è necessario però non gongolarsi troppo su questo momentaneo successo. Non bisogna infatti dimenticare che la sistemazione dell’Ara Pacis è comunque una goccia nel deserto di un centro storico ostaggio di intoccabili caste, turisti, sporcizia, motorini e lo è ancora di più se ampliamo lo sguardo verso la sempre più squallida periferia.

La notizia che l’amministrazione ha dato incarichi a Odile Decq e Rem Koolhaas dovrebbe farci gioire invece ci preoccupa e non poco. Il rischio è quello di farsi trascinare dalla foga delle mode e scimmiottare le esperienze, non sempre esemplari, di altre città europee. L’affidamento indiscriminato di incarichi alle superstars si tradurrebbe così in un pericoloso boomerang (Berlino docet).

Invece di adagiarsi sulle, talvolta fallimentari, esperienze altrui non sarebbe meglio se Roma capovolgesse l’approccio alla modernità a partire dalla periferia e non dal centro storico? Non sarebbe meglio puntare su un qualificante programma di riciclaggio delle informi e degradate aree periferiche che funzionasse da stimolo per il rinnovamento del tessuto ottocentesco e la conservazione attiva del centro storico?

Per fare ciò bisognerebbe però avere uno straccio di idea di cosa debba essere la Roma contemporanea e futura. Bisognerebbe contare sul supporto di organismi culturalmente prestigiosi: università, istituti, associazioni professionali. Bisognerebbe puntare sulle menti creative che non sacrificano la responsabilità sociale sull’altare del successo. Bisognerebbe coinvolgere attivamente i cittadini nel processo decisionale.

Ma, è facile essere profeti, l’amministrazione attuale si accontenterà di utilizzare a fini di bassa propaganda architetti e architettura, senza idee e senza programmi seri, gli organismi culturali prestigiosi continueranno ad affondare nel degrado e i cittadini resteranno relegati nel ruolo di passivi spettatori di un’arena politico-mediatica sempre più elitaria e autoreferenziale.

Il futuro di Roma non è messo in pericolo dall’architettura moderna ma dalla strumentalizzazione che ne fanno una classe politica cinica e scaltra e una classe intellettuale frivola e salottiera.

da Los Angeles

Data: 
Giovedì, 29 June, 2006
Autore: 
di Mario Paolo Fadda
Fonte: 
NOTIZIE RADICALI
Stampa e regime: 
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