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DAI PACS ALL’AMNISTIA I RISCHI POSSIBILI

Testo: 

E’ concepibile che un governo possa cadere sul problema dei Pacs? O su quello delle cellule staminali embrionali? O su quello dell’amnistia? O su quello della legge 40? Temi che non contemplano piani particolari di spesa, che in questo momento sembrerebbero il problema più ostico e indilazionabile, ma che hanno una loro indubbia rilevanza etica e civile. Forse non è concepibile, o per lo meno è certamente difficile da concepire. Eppure non si può escludere. Perché? Perché se è vero che per la maggioranza dei cittadini si tratta di temi non abbastanza coinvolgenti o appassionanti, per una parte non trascurabile di essi rappresentano, al contrario, questioni di principio che non sono disposti a ignorare, appartenendo alla sfera più intima della propria coscienza individuale (laica o religiosa).
Il fatto è che questi argomenti, molto più degli altri attinenti l’economia o lo stato sociale, dividono in due il paese passando spesso attraverso gli schieramenti politici, nel senso che sia a destra che a sinistra (ma più a destra che a sinistra, spesso per ragioni di opportunità politica) ci sono cittadini che su di essi la pensano allo stesso modo, mentre su tutti gli altri la pensano in modo solitamente opposto. Come risolvere il busillis, visto che detti problemi si presenteranno comunque alla ribalta governativa?
A opera di chi li considera determinanti nella qualificazione di uno Stato democratico, essendo tra l’altro già stati risolti in molti dei paesi più evoluti con i quali tendiamo misurarci? Ancora una volta, come è accaduto in altre occasioni, l’unico strumento democraticamente compatibile, al di là di quello più naturale dell’azione governativa (che però, come abbiamo visto, in questo caso non trova soluzione), è il referendum. Ma poiché sono materie, come abbiamo detto, che non riescono ad appassionare la maggioranza della popolazione (quella maggioranza richiesta dall’istituto referendario come essenziale per considerarlo valido), è evidente che i cittadini per i quali sono invece molto importanti, non hanno la possibilità di modificare lo statu quo giudicato non soddisfacente.
Può darsi (anzi, è più che certo) che la controparte, quella legata allo statu quo, sia felicissima di questo inghippo, che gli risolve il problema; ma è la democrazia che a questo punto finisce per mostrarsi zoppa. Se alla maggioranza dei cittadini quei temi non interessano più di tanto, la minoranza alla quale stanno al contrario molto a cuore come fa a risolvere la questione democraticamente? Fino a ieri la soluzione, o meglio la via di fuga era stata individuata nella libertà di coscienza, che consisteva, su determinati problemi, di lasciare liberi i parlamentari di votare, appunto, “secondo coscienza“, al di fuori cioè dello schieramento di partito. Se non che, a leggere Pierluigi Battista sul Corriere, anche questa scappatoia è da ritenersi ormai caduta, perché non sarebbe più possibile considerare tali argomenti un affare privato, in quanto lo Stato entrerebbe ormai anche nella sfera delle scelte etiche, alla pari, per esempio, delle tasse o del welfare.
Sarà anche vero. Resta il fatto che, su certi temi, a questo punto, ogni modificazione finisce per risultare impossibile, perché alcuni di questi problemi di coscienza cozzano nettamente con le direttive delle gerarchie ecclesiastiche (alle quali i cattolici più fedeli fanno capo), che non ammettono compromessi di alcun genere, compreso quel «consenso più vasto possibile» auspicato da Fassino. E così i cittadini che una fede religiosa non ce l’hanno, o che comunque non sono così soggetti alle direttive ecclesiastiche (pur essendo fermi sostenitori di un’etica umana) si trovano nella condizione di non poter nemmeno battersi per la loro opinione. Situazione che già di per sé ha tutta l’aria di essere antidemocratica.
A questo punto non resta altra via che il referendum. Ma trattandosi di consultazioni su temi che coinvolgono solo una parte dei cittadini, è evidente che il rischio, soprattutto in clima di disaffezione elettorale, sia l’assenteismo. Perciò non resta altra strada che l’abbattimento del quorum, sistema già in uso in diversi Stati, dalla Svizzera agli Usa. Dove sta l’obiezione? Dopo tutto dovrebbe essere logico che l’onere della decisione spetti a coloro (favorevoli o contrari) che sono interessati al problema, i quali sono ovviamente anche i più informati.
Se questi problemi non coinvolgono lo Stato nelle sue prerogative, ma riguardano solo la coscienza dei cittadini, perché non concedere a quelli cui il problema sta molto a cuore di risolverli democraticamente fra loro? Quanto all’accusa di relativismo etico, espresso da parte delle gerarchie ecclesiastiche, Umberto Galimberti, in un coinvolgente articolo su Repubblica, ha recentemente sostenuto che anche Papa Ratzinger è, a suo modo, relativista, avendo sostenuto che il comportamento del popolo tedesco di fronte all’Olocausto va valutato alla luce del pensiero del tempo («Occorre umiltà nel negare i peccati del passato, e tuttavia non indulgere a facili accuse in assenza di prove reali o ignorando le differenti pre-comprensioni di allora».

Data: 
Lunedì, 5 June, 2006
Autore: 
di ALCIDE PAOLINI
Fonte: 
MESSAGGERO VENETO
Stampa e regime: 
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