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Quanto vale davvero la laurea

Testo: 

Pro e contro dell'idea di abolire il valore legale del titolo di studio per avvicinare università ed aziende

Abolire il valore legale della laurea è da anni uno dei temi più scottanti del mondo universitario. Innanzitutto bisogna intendersi sul significato dell'espressione: l'abolizione del valore legale non significa privare di efficacia il titolo di studio oppure eliminarlo come requisito fondamentale per l'accesso alle professioni. Per diventare avvocato o magistrato resta indispensabile conseguire la laurea in giurisprudenza. Il punto è che attualmente laurearsi a Udine o a Milano per lo Stato ha lo stesso valore indipendentemente dai programmi e dal tipo di preparazione acquisita dai neodottori.
In Italia non esiste un criterio valido e imparziale per valutare l'efficacia e l'abilità delle nostre università nel preparare gli studenti. Esistono atenei di dichiarata fama e di tradizioni molto antiche, ma sapreste dire quanto è valido un corso di laurea a Siena, a Bari o a Catania? E chi ne certifica la validità? Ultimamente il Ministero e il Cn-vsu (Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario) hanno introdotto criteri generali per la valutazione delle attività delle università, ma si tratta soprattutto di un ruolo di controllo dei parametri minimi di qualità.
E allora, secondo alcuni, la chiave di volta per scardinare un sistema un po' ingessato è l'abolizione del valore legale della laurea. Se ciò fosse realizzato, dovrebbe essere il mercato (sul modello americano) a premiare i laureati che provengono dalle Università più serie e prestigiose. Una spinta verso una concorrenzialità che faccia lievitare la qualità? Oppure uno spartiacque destinato a creare lauree di serie A accessibili solo a chi se lo può permettere e quelle di serie B per tutti gli altri?
Intanto l'Istat qualche mese fa ha pubblicato dati che accostano la percentuale dei laureati che trova lavoro, all'ateneo di provenienza. Così scopriamo che 88 ingegneri su cento che si laureano a
Udine sono occupati entro tre anni dalla fine degli studi. Il dato è sorprendente non tanto perché ci dice che i laureati in ingegneria hanno grande facilità a trovare lavoro (è un primato consolidato ormai da anni), ma soprattutto perché secondo questa statistica atenei certamente validi, ma sicuramente non di grande fama come Udine, Modena e Parma, si trovano
in testa alla classifica a dispetto dei più blasonati Politecnici di Milano e Torino.
Ancora più clamorosi i risultati del gruppo giuridico: qui Varese Insubria (col 65,8%) batte mostri sacri come Bologna (43,1%), Milano Statale (45,4%) e la Cattolica (47,5%).
Ma neppure grazie ai dati percentuali riusciamo ad avere un punto di riferimento del tutto affidabile per giudicare il lavoro dei vari atenei. La statistica infatti non tiene conto, per esempio, del numero degli iscritti: è chiaro che in una piccola Università come quella di Varese Insu-bria il numero dei laureati in Giurisprudenza sia di molto inferiore a quello di grandi centri come Bologna e Milano e quindi collocare 100 lau-
reati diventa molto più semplice che trovar lavoro a 3 mila. A ciò si aggiunge il fatto che certi atenei si trovano all'interno di realtà industriali e imprenditoriali capaci di as-
sorbire immediatamente i neodottori appena sfornati dalle Università che perciò ottengono medie di occupazione eccellenti. E allora cosa fare? Il dibattito è aperto.
«No, basta dare il bollino blu alle Università»
Guido Trombetti, oltre a essere il rettore del-l'Università Federico II di Napoli, è anche il vice presidente Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane) e si è espresso più volte con scetticismo sul tema dell'abolizione del valore legale della laurea. «Prima di tutto — precisa Trombetti — bisogna intendersi su cosa significa valore legale del titolo di studio e non mi pare che sia molto chiaro. E' improponibile eliminare il valore legale del tìtolo di studio, probabilmente quello che si potrebbe abolire è "l'eguale valore legale della laurea". In altri termini, si potrebbe creare un "Ente di accreditamento", indipendente dagli atenei e dagli ordini professionali, che "accrediti" i singoli corsi di laurea. Che assegni un
"bollino blu". Che classifichi i corsi di laurea dei diversi Atenei per qualità».
Quali potrebbero essere i vantaggi? «Intanto si otterrebbe di responsabilizzare i singoli atenei riportando al centro dell'interesse delle università gli studenti. Si innescherebbe una rincorsa alla qualità. E si può offrire un elemento significativo di valutazione nell'accertamento delle competenze per l'accesso al lavoro. La necessità di concorrere all'accreditamento renderebbe molto difficile conservare le rendite di posizione. Obbligherebbe facoltà e dipartimenti universitari a scelte oculate, pena la perdita del bollino blu. Insomma si andrebbe in modo naturale nella direzione della qualità nelle scelte organizzative e degli uomini».
DI ISIDORO TROVATO

Data: 
Lunedì, 9 January, 2006
Autore: 
Fonte: 
CORRIERECONOMIA
Stampa e regime: 
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