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Pasolini, un «suicidio premeditato»

Testo: 

Il saggio di Zigaina lancia una provocazione

Sulla tragica morte di Pasolini, esce da Marsilio un saggio (Pasolini e la morte. Un giallo puramente intellettuale , pagine 129, 11) in cui Giuseppe Zigaina sostiene una tesi stravagante ma coinvolgente: Pasolini avrebbe «teorizzato e organizzato» la sua morte (in un suicidio premeditato) come l’unica «possibilità, per lui, di esprimersi compiutamente», di lasciare cioè la propria opera comprensibile ai lettori che non «ridono», ma «amano e si appassionano». Zigaina, pittore di talento, fu amico di Pier Paolo, parlò a lungo con lui durante la preparazione e la lavorazione della Medea cinematografica, che avrebbe dovuto essere l’«ultima opera» dello scrittore cineasta. La tesi di Zigaina è complessa, parte dalla certezza che Pasolini fosse un «alchimista dello spirito», portato perciò a un discorso ambiguo destinato a pochi iniziati, a un «linguaggio gergale» diretto a lettori capaci di comprenderlo.
In un esame serrato dell’opera, decifrando ciò che è criptico e accostando in serie consequenziale citazioni spezzate, trova persino testimonianze profetiche. Come nel poemetto Una disperata vitalità del 1964 dove c’è una premonizione esplicita: «Conclusione funerea… della mia carriera di poeta, e uno sguardo profetico al mare dei futuri millenni». Parafrasando il titolo di una sua opera, Pasolini si sarebbe votato a «organizzar il suo transumanar» in una «morte autosacrificale». E scelse per questo «rito» un giorno emblematico, il 2 novembre, che nel 1975 cadeva di domenica.
Sarà discutibile l’ipotesi, magari difficile da accettare, ma rimane intrigante. La vita di Pasolini è stata sempre vissuta nel gusto dello scandalo. Nel 1960 lo scrittore accoglie nella sua auto un «ragazzo di vita» che ha rubato una catenella d’oro e viene denunciato per favoreggiamento. Nel ’61 un benzinaio lo accusa di aggressione a mano armata. Nel ’62 un giovane che si è riconosciuto in un personaggio di un suo romanzo lo denuncia per diffamazione. Nel ’63 per il film La ricotta Pasolini viene condannato per «vilipendio alla religione di Stato»...
Eppure questo suo «fragoroso potere di scandalo», che gli rinfacciava Pietro Citati, non ha mai avuto nulla di cinico e calcolato. Pasolini ha sempre subito in se stesso una vocazione alla «pubblica crocifissione» . Pasolini, con lucida coscienza critica, non ha mai esitato a dichiarare che la sua fosse una «disperata vitalità», che la sua sete di vita avesse sempre vissuto in «bilico con la tragedia».

Giorgio De Rienzo

Data: 
Domenica, 18 December, 2005
Autore: 
Fonte: 
Il Corriere della Sera
Stampa e regime: 
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