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L’amnistia e il Pifferaio magico

Testo: 

di Filippo Ceccarelli

Marcia o non marcia di Natale, indulto o amnistia, manovre politiche o galere che scoppiano, comunque la necessità di un atto di clemenza è entrata nell’agenda politica.

Ma poi, per chi abbia qualche interesse per le regolarità della vita pubblica e dei suoi protagonisti: perché smettere di credere alla favola del Pifferaio Magico? Per quale incantesimo quasi sempre Pannella riesce là dove tutti gli altri falliscono, tirandosi dietro un mucchio di gente? Quali segrete arti gli consentono di imporre oggi con successo, all’ordine del giorno, quello stesso doloroso tema carcerario su cui rimase inascoltato Giovanni Paolo II il Grande?

E ancora una volta balza agli occhi l’enigma dell’enorme consenso ulta-minoritario di Pannella: di nuovo tocca interrogarsi sul rompicapo di un’adesione corale suscitata da una fantasia così straordinaria da conservarsi sempre uguale a se stessa; fredda e calda ad un tempo; lucida e smaniosa; imprevedibile nella sua più compiuta prevedibilità. Oggi le carceri, per dire, dopo il caso Sofri, ma ieri decine di altre campagne, tutte segnate da quella specie di attrazione magnetica che al di là di qualsiasi banale trasversalismo solo al leader radicale, in realtà permette di raccogliere gli opposti e combinare gli estremi: Andreotti e Paolo cento, Bondi e la figlia di Cossutta, Sgarbi, Epifani, Giuliano Ferrara, Taradash, Sant’Egidio, bum.

Inutile, anzi guai a chiedere a lui come fa; quali malie distinguono la sua musica, o con quanta naturalezza applica la sua linea politica: “L’argomento Pannella“, ha risposto una volta, “mi annoia“.

E allora, forse, l’unico modo è cercare di smontare il fenomeno pezzetto dopo pezzetto, con l’indispensabile soccorso della lunga vicenda radicale e dei suoi virtuosi e tempestosi “impannellamenti“.

Bene. Il primo punto di partenza è l’eccezionale padronanza delle tecniche di comunicazione, pari solo a quella di Berlusconi, anche se forse addirittura più acrobatica perché in genere Pannella non ha soldi, né mezzi, né tutto sommato gli interessano, né mai gli è entrato nulla in tasca. Ai quattrini d’altra parte, supplisce con una spiccata intelligenza del momento: s’inserisce negli interstizi del calendario, approfitta del vuoto di ferragosto, coglie l’aspetto religioso della Pasqua, acchiappa – come è in questo caso – l’atmosfera del Natale e ci dà dentro, da consumato rabdomante politico-sentimentale.

O forse, più semplicemente, da giornalista. Del genere polemistico, o meglio provocatorio, o meglio ancora da consumato costruttore di scandali. Sia come sia, nessuno più di lui ha capito quanto è scoperto e cruciale, nella democrazia televisiva, il rapporto tra emozioni e istituzioni. Da questo punto di vista i digiuni, ormai anche brevi e simbolici, sono un serial e un sequel perfetti. Pannella ha scoperto i reality quando gli autori del “Grande Fratello“ o dell’ “Isola dei famosi“ avevano i pannolini. Chi lo conosce bene (Massimo Teodori, “Pannella. Un eretico liberale nella crisi della Repubblica?, Marsilio, 1996) è arrivato a sostenere che gli scioperi della fame e della sete hanno (anche) l’effetto di provocare complessi di colpa e di indurre alla solidarietà proprio quei politici – la categoria si è ben estesa negli ultimi anni – che sono più abituati a utilizzare la cosa pubblica a proprio vantaggio. Il sostegno alla battaglia radicale, quindi, diventa, una compensazione, una riparazione, un obbligo morale.

Eppure, dopo tutto, il leader radicale mette in gioco e spesso in pericolo il suo corpo. Anche questo accade oggi di rado, nonostante i corpi stiano guadagnandosi una sempre maggiore centralità. Di nuovo: proponendosi fisicamente come mezzo e come messaggio, riattivando in sé il circuito virtuoso tra parola e azione, politica e comunicazione, per primo Pannella ha ristabilito un rapporto diretto tra leader e masse, determinazione individuale e consenso diffuso. Tutto questo all’interno di una metodologia, ormai quasi codificata nella via Torre Argentina, che prevede il sistematico coinvolgimento di senatori a vita, emeriti presidenti della Consulta, parlamentari di prestigio, premi Nobel, opinion maker, artisti, operatori del settore prescelto, sacerdoti e naturalmente “angusti giornali“, come ha scritto ieri un po’ stizzito sull’ “Avvenire“ Davide Rondoni.

Non per caso, sempre ieri, e pure lui con qualche insofferenza, Antonio Socci ha parlato di un “esercito di complemento“. Esisterebbe, cioè, anzi senz’altro esiste un nucleo di supporter disposti ad assecondare l’iniziativa radicale. Nel passato remoto questa militanza informale si è vista sul divorzio, o nella campagna contro lo sterminio per fame. Ma la questione è che questi soggetti che di volta in volta aiutano e sostengono Pannella cambiano, a seconda delle campagne.

Quel che conta, semmai, almeno per lui, è che sul piano strategico i risultati vadano indubitabilmente nella direzione da lui stabilita. Basteranno tre recenti esempi a dimostrare questo misterioso potere di attrazione. Nel febbraio del 1997 (digiuno contro la “cancellazione“ televisiva dei radicali dal servizio) Pannella è riuscito a far venire, per la prima volta nella stessa mattina, al Partito Radicale, sia D’Alema che Berlusconi. Nell’aprile del 2002, dopo aver clamorosamente ingurgitato la propria pipì per colmare dei vuoti alla Consulta, ha ottenuto un intervento telefonico in diretta del presidente della Repubblica che a “Buona Domenica“ lo scongiurava di bere un bicchier d’acqua. Infine nel febbraio del 2003, vigilia della guerra in Irak, pur non essendo deputato, Pannella si è in pratica fatto mettere ai voti una mozione sull’esilio di Saddam, approvata con 345 sì, 38 no e 58 astenuti.

E’ abbastanza plausibile che il formarsi di queste maggioranze estemporanee dipende anche dalla chiarezza degli obiettivi e dalla semplicità delle soluzioni proposte. Di solito non si tratta di combattere demoni, ma di aiutare persone. Tanto più una campagna funziona quanto più riesce a proiettare in politica le finalità supreme della vita. Ma il punto vero – lo scarto, l’incanto, la leva – sta nel ribaltamento delle logiche convenzionali. Alla rovescia, pensa Pannella, si comprende di più. E controcorrente si procede meglio. Ma in entrambi i casi occorre un prodigio di tecnica e un soffio di follia. Non l’elogio di Erasmo, per intendersi, mandato astutamente a memoria dal cavaliere. Un’offerta di sé, una speranza, una strana leggerezza, insomma qualcosa che nemmeno si riesce a capire troppo bene.

Data: 
Venerdì, 16 December, 2005
Autore: 
Fonte: 
La Repubblica
Stampa e regime: 
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