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Raccolta di firme per chi cambia simbolo

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IL CASO / Penalizzate anche la Rosa nel pugno, l’Udeur e Idv

ROMA - Un rebus complicato, che quasi si tinge di giallo. È l’articolo della nuova legge elettorale che prevede la raccolta di 180 mila firme per la presentazione delle liste. Una norma ambigua (volutamente secondo l’Unione) perché non chiarisce quali partiti dovranno effettivamente sottostare al fastidioso obbligo. E chi avrà il compito di sciogliere l’enigma. La legge esonera le forze politiche «costituite in gruppo parlamentare in entrambe le Camere all’inizio della legislatura» e quelle collegate con almeno due raggruppamenti che «abbiano conseguito almeno un seggio in occasione delle ultime elezioni Europee, con contrassegno identico». Il problema, dunque, si porrebbe per quanti alle Politiche adotteranno un simbolo diverso. Ad esempio Sdi e Radicali, che in Senato avevano presentato un emendamento proprio per aggirare l’ostacolo e ora gridano alla discriminazione: «Tutte le formazioni, anche le più minuscole, che si richiamano al centrodestra non dovranno raccogliere firme, mentre la Rosa nel pugno, nonostante conti numerosi parlamentari a Roma e Strasburgo, dovrà passare sotto questo giogo», protesta il socialista Giovanni Crema. In realtà, anche nell’altro polo partiti come i Riformatori liberali, la Dc di Rotondi e i Repubblicani potrebbero trovarsi nella stessa situazione se decideranno di presentare proprie liste.

Nell’Unione, comunque, la Rosa nel pugno non è l’unico soggetto politico a dover fare i conti con le firme. L’Italia dei Valori, infatti, alle Europee aveva inserito nel simbolo il nome di Occhetto, che ad aprile invece non ci sarà. Perciò Antonio Di Pietro sta già preparando i moduli: «È inutile piangersi addosso, bisogna rispettare la legge». In una condizione simile rischia di trovarsi pure l’Udeur, che nel 2004 aggiunse la dicitura Mastella-Martinazzoli: «Se quest’ultimo dovesse essere contrario all’utilizzo di quel simbolo, cosa dobbiamo fare per ottemperare alla legge senza dover ricorrere alla raccolta delle firme?», chiede al governo il partito, criticando la troppa discrezionalità lasciata ai giudici nel valutare l’ammissibilità delle liste. «In effetti ci possono essere interpretazioni diverse», conferma il verde Paolo Cento. Se alla Camera tutto filerà liscio per il suo partito, come pure per il Pdci, l’obbligo delle sottoscrizioni scatterebbe al Senato, dove «i piccoli» correranno con un listone sotto un nuovo contrassegno, che sia l’arcobaleno dell’Unione o altro. Secondo Cento, però, «inserendo un richiamo ai nostri simboli forse potremmo scamparla». È, appunto, solo un’ipotesi, un’interpretazione della legge su cui si stanno arrovellando anche Ds e Margherita: «I nostri gruppi parlamentari hanno la denominazione Ulivo - spiega il diellino Gianclaudio Bressa - ma per non correre rischi potremmo decidere di raccogliere comunque le firme».

C’è poi un’altra questione che il centrosinistra si prepara a sollevare, il caso Valle d’Aosta: «Per come è stata scritta la legge, i voti di quella Regione non verrebbero contati per l’attribuzione del premio di maggioranza, perché lì c’è un unico collegio uninominale senza possibilità di apparentamenti - sottolinea Bressa -. Insomma, 100 mila cittadini eleggeranno il loro deputato ma non potranno concorrere a determinare la coalizione vincente».

Livia Michilli

Data: 
Giovedì, 15 December, 2005
Autore: 
Fonte: 
Il Corriere della Sera
Stampa e regime: 
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