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Il valore legale della laurea

Testo: 

Che le attuali formule di selezione di ricercatori e professori all'interno dell'università producano risultati disastrosi e vadano riformate, non v'è dubbio. La fuga dei cervelli all'estero e la bassa qualità dei nostri atenei parlano da sole.
Roberto Perotti nell'articolo pubblicato il 21 giugno su questo giornale («Concorsi riformati un inutile pasticcio») afferma giustamente e documenta che poco importa quale insieme di regole normative, vecchio o nuovo, prevarrà: senza la concorrenza tra atenei nessun risultato virtuoso si può ottenere, gli studenti devono sostenere di tasca propria il grosso del budget delle facoltà e queste devono potere fallire e chiudere.
Ma perché questa competizione non riesce a partire a prescindere dalle diverse regole che le svariate riforme hanno introdotto e che la nuova va proponendo?
I punti nodali da risolvere perché le università siano incentivate a premiare i migliori sono due.
Il primo è comune a qualunque altro servizio di interesse pubblico e consiste nel dare potere di controllo ai destinatari delle prestazioni: in altri termini, nel riconoscere agli studenti il potere di premiare e punire gli atenei in base alla qualità del servizio reso, dando e sottraendo fondi.
Il modo più semplice e diretto per farlo è sostituire le tasse universitarie con rette il cui importo può essere liberamente scelto dall'ateneo, sussidiabili o meno a livello individuale con voucher. Ma un effetto analogo si può conseguire - anche se in modo meno immediato e quindi con risultati più incerti - con meccanismi, quali quelli tentati in Italia dalla riforma istitutiva dell'autonomia delle università, che introducono rispettivamente incrementi e riduzioni di budget per le università che abbiano fatto
crescere o ridurre il numero dei propri iscritti. Nel primo caso gli studenti votano con i soldi, nel secondo votano à la Tiebout "con i piedi" cioè spostandosi dagli atenei inefficienti verso quelli più efficienti. L'altro punto fondamentale è porre le condizioni perché gli studenti si esprimano sulla giusta questione, ossia sui contenuti e la qualità degli insegnamenti che vengono loro offerti.
E condizione indispensabile perchè ciò avvenga è che sia abolito il valore legale della laurea. Diversamente, la valutazione e, di conseguenza, i premi e le punizioni alle facoltà vengono somministrati sulla base di altro. Ad esempio, sulla facilità di conseguimento del titolo.
Se il valore legale della laurea non viene abolito - e non mi risulta che questo punto sia minimamente in discussione accanto alle numerose e complicate regole per riformare le selezioni - è probabile che un vasto pubblico di studenti sia disposto a pagare di più per avere la laurea con poca fatica e tempi rapidi, piuttosto che per avere docenti brillanti.
Soprattutto tutti coloro - e sono molti - destinati ad impiegarsi nel settore pubblico.
Un settore dove le regole di selezione sono a tutt'oggi ancorate al superamento di prove che vertono su argomenti più o meno generici - per i quali quanto si è appreso all'università conta poco-e dove la carriera retributiva è legata all'anzianità: dunque, ciò che più vale è entrare il più presto possibile e anche laurearsi il più presto possibile.
Pertanto, se prima non viene abolito il valore legale del titolo, la sola concorrenza tra atenei non porterebbe a un corsa ad accaparrarsi gli studiosi più capaci, ma piuttosto quelli con meno autorevolezza e più disposti a essere meno rigidi negli esami. In tale scenario, una riforma che desse libertà all'ateneo - che si finanzi con le rette degli studenti - di assumere e di offrire stipendi differenziati rispetto alle caratteristiche
del ricercatore o del professore potrebbe senz'altro risolvere alcune cose.
Sarebbe rapidamente chiaro a chi intraprende la carriera università se ha possibilità o meno di essere assunto perché dal punto di vista finanziario gli atenei diventerebbero accountable: perciò si eliminerebbero molte opacità, l'incertezza del ricercatore sulle proprie opportunità sarebbe ridotta e si registrerebbe qualche fuga in meno. Non sarebbe però risolto il nodo della selezione a favore dei migliori.
In termini aziendali, infatti, alle università sarebbe data libertà nella combinazione dei fattori produttivi, potendo scegliere i docenti in base al rapporto qualità-prezzo, costringendole però al contempo a vendere un prodotto che ha una caratteristica distintiva e fondamentale invariabile: un certificato con indifferenziato valore legale su tutto il territorio italiano.
Paradossalmente anche se operassero in termini di efficienza il risultato non sarebbe quello desiderato, perché la scelta ottimale sarebbe quella di assumere i docenti a più basso costo, non i migliori sul mercato.

Daniela Marchesi è primo ricercatore dell'Istituto di Studi e Analisi
Economica (ISAE) nel settore di Economia e Diritto. Il suo campo di ricerca
è quello della Law and Economics, in modo particolare delle interazioni tra
scelte d'impresa e ambiente normativo e dell'efficienza della giustizia
civile.

Data: 
Sabato, 25 June, 2005
Autore: 
Fonte: 
IL SOLE 24 ORE
Stampa e regime: 
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