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PERCHE' NON HA SENSO CAMBIARE IL CONCORDATO

Testo: 

I NUOVI TENTATIVI DI RIAPRIRE LA COSIDDETTA "QUESTIONE RELIGIOSA"

Davanti al ritorno di fiamma della plurisecolare polemica anticlericale, è il caso di ricordare che già la revisione dei Patti del 1984 ha posto fine ai presunti privilegi della Chiesa cattolica.

La questione religiosa è ormai questione tutta politica. Davanti a queste parole qualche lettore si starà stropicciando gli occhi.

Forse avrà avuto la medesima reazione qualche lettore di La Stampa del 1° novembre, dove con quelle parole si apriva un articolo di Michele Ainis, intitolato "Concordato e Islam / Questione religiosa-doppio tabù".

Secondo quell’articolo, la condizione religiosa dell’Italia di oggi si condensa in due problemi, molto difficili da sciogliere perché politicamente intoccabili: il Concordato (i radicali che bussano attraverso lo Sdi di Boselli all’Unione di centrosinistra vorrebbero quantomeno correggerlo denunciando, come scrive Ainis, «i troppi privilegi che ne derivano alla Chiesa»: ma Prodi ha già detto di no); e le «odiose discriminazioni normative fra l’uno e l’altro culto», cioè cristianesimo e islam (An e Lega sono contrarie a una riforma "liberalizzatrice").

Parificati in questo modo il Vangelo e il Corano, l’articolo punta poi a spiegare perché non sia uno scandalo interrogarsi sul Concordato, «quando l’8 per mille elargisce ogni anno un miliardo e mezzo di euro al Vaticano, e quest’ultimo lo spende per campagne politiche sui più svariati temi».

Qui, davvero, ci si deve stropicciare gli occhi. Ainis non pu? non sapere che destinare alla Chiesa l’8 per mille del gettito complessivo dell’Irpef è una possibilità offerta ai contribuenti, i quali possono devolverlo anche ad altre entità, compreso lo Stato, per fini di utilità sociale; quel denaro non va al Vaticano, ma alla Chiesa italiana, attraverso la Cei; e quest’ultima nel suo bilancio non destina neanche un euro a «campagne politiche sui più svariati temi», ma al sostentamento del clero, alle spese per il culto, l’apostolato e la pastorale, e al sostegno delle infinite attività caritatevoli, nazionali e internazionali, che fanno capo all’organizzazione ecclesiale.

E' dunque il caso di ricordare, davanti al ritorno di fiamma di una ultrasecolare polemica anticlericale, che la revisione del Concordato del 1984 ha posto fine a un sistema di finanziamento alla Chiesa da parte dello Stato realizzato, anche dopo il Trattato lateranense del 1929, in due forme: la "congrua" (con cui la finanza pubblica integrava la somma necessaria, in base al giudizio dello stesso Stato, per il sostentamento dei titolari di benefici ecclesiastici, cioè vescovi, parroci, canonici) che nel 1986, l’ultimo anno in cui fu versata, ammont? a 399 miliardi di lire; e i contributi per l’edilizia di culto (per 7 miliardi di lire l’anno).

La revisione del Concordato del 1984 ristabil? parzialmente una ragionevole giustizia nei rapporti fra lo Stato e la Chiesa, stravolti nel 1866 dalle Leggi eversive che tolsero a quest’ultima tutti i beni delle congregazioni religiose e di molti enti diocesani, lasciandole solo i "benefici" parrocchiali, le "mense" vescovili e gli "uffici" dei canonici (peraltro non sempre tali da far vivere dignitosamente i titolari); salvo la successiva istituzione della "congrua", né la legge delle Guarentigie del 1871 né lo stesso Concordato del 1929 cambiarono la situazione. E solo nel 1990 per la prima volta i contribuenti furono chiamati a decidere sull’8 per mille.

Infine: quali "campagne politiche"? In risposta a una lettera a La Stampa di Gennaro Acquaviva (partecipe del negoziato per la revisione del Concordato), Ainis ha alluso all’invito della Cei all’astensione dall’ultimo referendum. Un invito a cui hanno dato il massimo, autonomo sostegno molti cattolici – singole persone, associazioni, movimenti, media – senza coinvolgere il finanziamento pubblico.

Beppe Del Colle

Data: 
Domenica, 13 November, 2005
Autore: 
Fonte: 
FAMIGLIA CRISTIANA
Stampa e regime: 
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