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Superare la rendita, ecco la scommessa della politica

Data: 
Lunedì, 17 October, 2005
Testo: 

di B. Della Vedova

“Per lo sviluppo. Un capitalismo senza rendite e con capitale“: con le elezioni che si avvicinano potrebbe essere un ottimo slogan. In realtà si tratta del titolo dell’ultimo saggio di Renzo Costi e Marcello Messori. Gli autori sottolineano, con ragione, che “la rendita ha rappresentato un elemento costitutivo e pervasivo del modello capitalistico italiano“; ciò ha creato un moltitudine di interessi tanto sul fronte imprenditoriale che su quello sindacale che rappresentano un ostacolo superabile con difficoltà.

Difficoltà che aggiunte alla scarsa volontà o inefficacia delle forze politiche (gli autori insistono a questo proposito sulle responsabilità dell’attuale Governo) hanno prodotto in questi ultimi due lustri risultati del tutto insoddisfacenti.
Rendite di posizione e scarsa concorrenza ancora caratterizzano in Italia soprattutto il mercato dei servizi, dove pure più sono state attuate o tentate politiche di liberalizzazione. Tra le mancanze che hanno contribuito ad inficiare le politiche in questa direzione, secondo gli autori vi è la scarsa consapevolezza che il passaggio ad un regime basato sulla concorrenza, in un sistema in cui la gran parte degli operatori sono abituati ad eluderla, “è un processo socialmente e politicamente costoso“. Una questione questa, sempre secondo Costi e Messori, “che gli apologeti della concorrenza, vittime talora di ingenuità, talaltra di fondamentalismo, tendono a ignorare o sottovalutare“. Ignoranza delle dinamiche reali e sottovalutazione sono rischi da cui tanto i politici quanto gli analisti debbono guardarsi, ma il consenso necessario alle politiche di liberalizzazione sarà tanto più forte quanto più i benefici saranno condivisi dall’intera platea degli utenti. Il potere delle lobby imprenditoriali e sindacali desiderose di lucrare il più a lungo possibile ghiotte posizioni di rendita è senz’altro forte, ma la scommessa della politica dovrebbe essere quello di dimostrare, attraverso liberalizzazioni vere, che quelle rendite possono essere ridotte a livelli fisiologici attraverso l’apertura della concorrenza. Con vantaggi, come sottolineato nel volume, tanto per il mondo delle imprese - in particolare quelle esposte alla concorrenza internazionale che utilizzano i servizi come input e non possono scaricarne i costi eccessivi sui prezzi - che per i consumatori.
Ma se l’azione del Governo si è rivelata in questi anni ben più debole di quanto promesso e dunque insoddisfacente (pensiamo alla mancata liberalizzazione delle professioni), numerosi sono i casi in cui a livello regionale o municipale le amministrazioni di centrosinistra hanno operato per il rafforzamento delle aziende municipalizzate (imprese pubbliche a tutti gli effetti) che gestiscono tetragoni monopoli locali nei servizi.
Le recenti dichiarazioni rilasciate dal Ministro per le politiche comunitarie Giorgio La Malfa circa la volontà del nostro paese di applicare unilateralmente la Direttiva Bolkestein, sono da salutare come un gesto di coraggio e di lungimiranza. Resta da capire se la maggioranza sarà davvero capace di un tale colpo di reni sul filo di lana della legislatura o se il Ministro dovrà tornare sui suoi passi per le pressioni protezionistiche di una parte dei suoi alleati. Difficile che dal centrosinistra possa venire una spinta positiva in questa direzione, se è vero che ben venti senatori appartenenti ai principali gruppi del centrosinistra hanno firmato un’interrogazione parlamentare in cui si sostiene che “la liberalizzazione dei servizi rappresenta un attacco durissimo ai diritti dei lavoratori attraverso una vera e propria operazione di dumping sociale“.
In Italia, lo si voglia o no, il settore dei servizi crescerà: se vogliamo che le aziende italiane siano protagoniste di questa crescita - e di quelle analoghe in altri mercati - è bene che una sferzata di concorrenza intacchi le rendite, incentivando investimenti e accrescimento della produttività.

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CORRIERE ECONOMIA
Stampa e regime: 
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