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Macché pensiero unico, di liberismo qui non se ne vede

Testo: 

di B. Della Vedova

Non ci resta, quindi, altro che il liberismo come pensiero unico? A questo interrogativo è dedicato l’ultimo libro dell’economista Alessandro Roncaglia: «Il mito della mano invisibile». La risposta dell’autore è risolutamente «no», e su questo è difficile non concordare.

I riferimenti al mercato come elemento acquisito dell’organizzazione socioeconomica contemporanea che caratterizza ormai la quasi totalità delle analisi e delle proposte di politica economica, a «destra» come a «sinistra», nasconde in effetti concezioni assai diverse tra loro. Roncaglia individua due ben distinti approcci al mercato: quello del «Washington consensus» che sarebbe fondato sul mito della mano invisibile e della completa autoregolamentazione e quello del mercato come costruzione sociale che richiede regole e indirizzo.
Quest’ultimo approccio che tende ad espandersi nella direzione del liberal-socialismo è quello nettamente sposato dall’autore, che non esita definirlo «smithiano-vero». Far risalire al padre del liberalismo economico, Adam Smith, la teoria della mano invisibile sarebbe dunque una pesante forzatura. La tesi, argomentata con passione e dovizia di argomentazioni, è di quelle che possono far discutere coloro che padroneggiano la storia del pensiero economico. Certo, difficile non ritrovare in Smith l’intuizione alla base del favore nei confronti dell’economia di mercato, e cioè la scoperta delle «conseguenze inintenzionali di atti intenzionali» che porta gli attori del mercato, se lasciati liberi di agire, a realizzare finalità di utilità generale perseguendo fini individualistici; e, naturalmente, che tali conseguenze inintenzionali portino risultati più positivi di un agire imposto dalla «mano visibile» di un unico decisore pubblico. E difficile trovare qualcuno, anche tra i presunti fautori di un liberismo che Roncaglia non esita a definire «selvaggio», che non riconoscano che il mercato, anche nelle forme più libere, non sia un’istituzione sociale fondata sul rispetto di regole condivise; prima tra tutte la tutela del diritto di proprietà e dell’autonomia contrattuale. O che pensi che non ci si debba far carico delle situazioni di difficoltà che per varie ragioni colpiscono una parte della popolazione (magari, come sosteneva Hayek, perché in tal modo ci si assicura contro le disgrazie che potrebbero colpire ciascuno).
Ma se anche fosse vero - ed è poi vero? - che tra gli accademici prevalga una visione ispirata al «lasciar fare, lasciar passare», nella pratica esperienza politica anche dei Paesi più economicamente progrediti sembra davvero difficile rintracciare le conseguenze del pensiero unico liberista (o, per dirla con Bertinotti, «neo-liberista»).
Nemmeno le rivoluzioni conservatrici della Thatcher e di Reagan - che Roncaglia ritiene anch’essi, ingenerosamente, sostenitori di un liberismo «selvaggio» -, pur ispirate senza dubbio al libero mercato, hanno portato alla realizzazione di qualcosa di assimilabile ad un «ideale» di «lasciar fare e lasciar passare».
Se poi guardiamo alla realtà dell’Europa continentale (quella dell’economia sociale di mercato) e al nostro Paese, non si può che registrare che suppergiù il 50% della ricchezza nazionale viene intermediata dallo Stato e che un coacervo di leggi e regolamenti, a partire da quelli fiscali, indirizzano in modo assai robusto l’attività economica.
Quale che siano le propensione e le posizioni teoriche di partenza, dunque, difficile non riconoscere che i nostri sistemi socioeconomici sono saldamente guidati da una robusta «mano visibile». E che troppo spesso questa mano sia attenta alla tutela di interessi particolari piuttosto che a quella della libertà di mercato.

Data: 
Lunedì, 24 October, 2005
Autore: 
Fonte: 
CORRIERE ECONOMIA
Stampa e regime: 
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