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Carceri italiane: una vergogna che chiede amnistia

Testo: 


di Michele Ainis

La politica italiana descrive ormai da tempo una guerra di tutti contro tutti. Per questo ha avuto un che di prodigioso la decisione congiunta dei due poli di sospendere i comizi elettorali, in segno di rispetto verso l'agonia del Papa. Ora è tempo di ripetere il miracolo, varando l'amnistia che Giovanni Paolo II reclamò invano al Parlamento nel novembre 2002. Dobbiamo farlo in memoria del pontefice defunto. Dobbiamo farlo perché ce lo chiedono i nostri grandi vecchi, da Andreotti a Pannella, che dalla mezzanotte del 2 aprile ha inaugurato il suo ennesimo digiuno. Ma dobbiamo farlo in primo luogo per un soprassalto di decenza, dato che la nostra situazione carceraria è una pagina nera, una vergogna nazionale.

E infatti. Secondo l'ultima relazione annuale del pg Favara, i detenuti hanno toccato quota 56.500, a fronte d'una capienza regolamentare di 41.324 posti. Il 40% di questo popolo invisibile è in attesa di giudizio; il 33% deve scontare pene minime, sotto i 3 anni. A sua volta, il sovraffollamento stimola gesti di autolesionismo (in galera ci s'ammazza 19 volte più che fuori). Genera malattie (8 detenuti su 10 soffrono di Aids, alcolismo, epatite, disagi mentali). Colpisce indiscriminatamente colpevoli e innocenti (compresi i 60 bambini reclusi con le proprie madri). Costringe a dormire su letti a castello che radono il soffitto, e a turni per «passeggiare» in cella.

E le pene alternative al carcere? Sulla carta ne esistono 14 tipi, ma non coordinati fra di loro. Nel frattempo il Senato ha approvato un disegno di legge che mette a rischio i servizi sociali prestati ai detenuti. D'altra parte il budget per le attività culturali è passato dai 4 milioni di euro del 2001 ai 2 milioni e mezzo del 2004. Nello stesso arco di tempo i fondi per pagare i detenuti che lavorano per l'amministrazione penitenziaria hanno subito un taglio di 10 milioni di euro. Le spese sanitarie sono dimagrite da 105 a 75 milioni, con il risultato che non si trovano più quattrini per acquistare i farmaci. Quelle per l'edilizia da 30 a 18 milioni. Eppure il regolamento Corleone imponeva di mettere a norma gli istituti entro il 2004, dotando per esempio ogni cella di una doccia e creando luoghi per l'affettività. Eppure i nostri penitenziari sono spesso fatiscenti (il più vetusto è a Lucca, con 12 secoli di vita; ma risale al 1500 il carcere di Napoli; al 1700 quello femminile di Trani; al 1800 quello di Minervino; al 1840 il carcere di don Soria ad Alessandria; e l'elenco potrebbe continuare). Eppure i regolamenti carcerari prescrivono spazi per lo sport che rimangono altrettante chimere a Latina, Udine, Pescara, Bari, Trieste, Alba, nonché in molti altri istituti. E promettono altresì una detenzione dignitosa, quando a Malfi e Velletri le celle singole misurano appena tre o quattro metri quadrati.

Ecco perché l'amnistia è ormai un atto doveroso. In passato ne abbiamo fatto abuso (333 provvedimenti generali di clemenza in un secolo e mezzo, dopo l'unità d'Italia). Viceversa da quando il Parlamento ha introdotto un quorum dei due terzi la saracinesca si è definitivamente chiusa, e assieme ad essa la speranza. Ora si tratta di riaprirla, magari accompagnando l'amnistia con alcuni interventi generali, che restituiscano dignità alla condizione carceraria. Una legge delega al governo per depenalizzare i reati meno gravi. Uno stanziamento straordinario per l'edilizia penitenziaria. Una rete di difensori civici con poteri di vigilanza e di denuncia. Se non ora, quando?

Data: 
Giovedì, 7 April, 2005
Autore: 
Fonte: 
La Stampa
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