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PIU' INNOVAZIONE PIU' CONCORRENZA

Testo: 

Come lo studio della Fondazione Rosselli alcune settimane fa, neppure il recente rapporto della Commissione europea sulle politiche per l'innovazione (www.trendchart.cordis.lu) fa giustizia della capacità delle imprese italiane di innovare. Davvero le nostre aziende sono dieci posti indietro rispetto a quelle islandesi e otto rispetto a quelle belghe? Per dubitarne, basta visitare il nuovo museo d'arte moderna di New York e osservare il design esposto che è per lo più italiano, e non solo di grandi architetti del passato, come Scarpa e Zanuso: il ristorante del museo, ad esempio, ricorda una cucina moderna ed è tutto italiano. La Boffi non ha evidentemente più rivali nel design delle cucine. E tuttavia, al di fuori di qualche settore - il design, la moda, alcune imprese alimentari di nicchia, qualche azienda meccanica come la Brevini di Reggio Emilia, leader mondiale nelle trasmissioni idrauliche - l'immagine che emerge dallo studio di Bruxelles è evidentemente vicina al vero. Un dato che sorprende è la spesa in attività di ricerca e sviluppo. Contrariamente a un pregiudizio diffuso, l'Italia spende meno di altri non perché siano relativamente scarse le risorse pubbliche (lo Stato spende in ricerca e sviluppo lo 0,6% del Pil, contro lo 0,7 della media europea), ma perché le aziende spendono poco: anch'esse lo 0,6%, metà della media delle imprese europee e un quinto di quelle svedesi. Evidentemente le nostre aziende non utilizzano il fiume di aiuti che il settore pubblico elargisce loro (25 miliardi di euro, 2% del Pil) per innovare. Perché?
In un libro ormai vecchio, ma ancora per alcuni aspetti illuminante, Mancur Olson ( La logica dell'azione collettiva, Feltrinelli, 1985 ) osserva che i Paesi che non innovano sono quelli in cui esistono gruppi di interesse potenti. Sebbene si rendano conto dei danni che infliggono alla società, questi gruppi difendono le loro posizioni di rendita: erigono barriere all'entrata nei settori in cui operano e convincono il Parlamento a produrre leggi e regolamenti inutilmente complicati, il cui unico scopo è rendere il meno possibile evidenti i loro privilegi. (Chissà se il ministro Siniscalco si ricorda che in autunno ci aveva promesso che avrebbe cancellato la legge che impone ai cittadini di rivolgersi a un notaio per il passaggio di proprietà di un motorino?)
Le aziende che operano in situazioni di quasi monopolio hanno scarsi incentivi a innovare: le loro risorse e il tempo dei loro amministratori sono meglio spesi nel difendere le loro rendite. Per promuovere l'innovazione non servono più denari pubblici, serve semplicemente più concorrenza. Fra qualche settimana scade il mandato del presidente dell'Autorità Antitrust, Giuseppe Tesauro. Non si tratta semplicemente di nominare una persona che abbia la rettitudine e la determinazione di Tesauro, ma soprattutto di dotarla dei poteri necessari affinché il suo ruolo non si limiti a coraggiose, per quanto inutili, denunce.
Non mi illudo che sia possibile introdurre anche in Italia quanto è previsto negli Stati Uniti, dove partecipare a un cartello è un crimine penale: la scorsa settimana il Dipartimento della Giustizia di Washington ha condannato a sei mesi di carcere i dirigenti della Infineon, un'azienda di semiconduttori rea di aver concordato con i propri concorrenti i prezzi di alcune memorie elettroniche.
Basterebbe equiparare i poteri dell'Antitrust italiano a quelli di Bruxelles, dando anche alla nostra autorità il potere di perquisire le abitazioni dei dirigenti sospettati di partecipare a un cartello, e non solo i loro uffici.

di FRANCESCO GIAVAZZI

Data: 
Martedì, 14 December, 2004
Autore: 
Fonte: 
IL CORRIERE DELLA SERA
Stampa e regime: 
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