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E il capannone diventò un albergo

Testo: 


SICILIA DEI CONDONI

di GIAN ANTONIO STELLA

Ammucciuni ammucciuni , quatti quatti nella notte, i deputati regionali siciliani l'hanno fatto di nuovo. E mentre divampava la polemica sul saccheggio delle Eolie, hanno infilato nel mucchio di articoli, commi e sub-commi della manovra finanziaria, la solita leggina sulle «agro-ville» già soppressa due volte dalla Corte costituzionale e dal Commissario di governo. Già che c'erano, hanno esagerato: i finti capannoni agroalimentari potranno essere trasformati non solo in residenze di lusso ma anche in alberghi e ristoranti, scavalcando così tutte le regole decise per le zone agricole.
Un condono che vale non solo per il passato ma, miracolo!, anche per il futuro. Il giochetto è trasparente fino alla spudoratezza: in base alle leggi vigenti, sui campi agricoli non si può posare un mattone che non sia funzionale all'attività di chi lavora la terra: ogni mille metri, si possono costruire 30 metri cubi. Per capirci: una struttura di tre metri e mezzo (scarsi) per ogni lato e tre di altezza. Fine. Ma per agevolare la nascita di un tessuto di piccole imprese che alleviino le piaghe sociali di un'isola dove la disoccupazione è a livelli sudamericani e l'agricoltura non ce l'ha ancora fatta a uscire ovunque dal medioevo, la legge prevede la possibilità di dar vita a imprese agro-alimentari senza le ristrettezze imposte da norme troppo rigide: ogni mille metri è possibile costruire un edificio venti volte più grande: 600 metri cubi invece di 30.
Va da sé che le campagne, soprattutto nelle zone più vicine al mare, si sono coperte via via di fabbriche e fabbrichette che, sulla carta, avrebbero dovuto marcare la riscossa produttiva della Sicilia e l'attacco ai giganti del settore: e qui sorgeva uno stabilimento per fare melanzane sott'olio e lì uno per i pomodori pelati, qui un frantoio per le olive e lì un'azienda per imbottigliare succhi d'arancia o confezionare fichi secchi... Un boom. Sulla carta, però. Perché, dopo aver ottenuto il tasso massimo di edificabilità, gli aspiranti imprenditori agro-alimentari cambiavano idea e al posto delle linee di produzione spuntava un salotto, al posto degli uffici spuntavano delle camere, al posto dei depositi spuntavano delle verande. Finché, a lavori finiti, là dove doveva sorgere un'industria ti ritrovavi una residenza signorile, con il vialetto e la siepe e i gazebo e magari le statue in giardino.
«Vere e proprie organizzazioni criminali - denunciarono per Legambiente Ermete Realacci e Beppe Arnone dopo la scoperta di decine di casi scandalosi e di sequestri giudiziari - hanno pianificato l'urbanizzazione abusiva di intere aree costiere in verde agricolo mediante l'utilizzo di concessioni per fabbriche per la trasformazione di prodotti che, in realtà, sin dall'inizio erano finalizzate a esser ville di pregio». E saltò fuori, nella sola area di Agrigento, che un certo Saverio Moscato era arrivato a chiedere quattro concessioni per costruire «fabbriche» prima ancora di comprare i terreni e che un impiegato al Comune di Favara, Antonio Grova, era stato infettato dal virus dell'imprenditorite al punto che di stabilimenti ne aveva voluti sei: dai succhi alle conserve, dalle torte di frutta ai pomodori in scatola e che insomma tutta la zona di Timba dei Palombi, verso il mare, era diventata sulla carta (sulla carta) una specie di distretto produttivo. Di ville e villini. Un solo rischio correvano, quelle dimore di campagna talvolta ricche ed eleganti spacciate per capannoni: il cambio di destinazione d'uso, tanto più in situazioni come queste, è un reato penale. Certo, i pericoli di una denuncia e di un processo, di una sanzione e di un abbattimento, erano più teorici che reali: le ruspe si sono sempre affacciate di rado, da quelle parti. Però, nel dubbio...
E così, certi di interpretare al meglio l'aspirazione a una certa «elasticità» nell'applicazione delle regole che permea da sempre larga parte della comunità isolana, i deputati regionali si sono fatti carico più volte di dare, a tutti quegli abusivi, un aiutino. Bisogna anzi riconoscere che, nel perseguire l'obiettivo indecente, hanno mostrato una costanza che, fosse applicata su cause più nobili, darebbe frutti straordinari. Per tre volte, infatti, hanno presentato negli ultimi anni la stessa leggina. E per tre volte, via via che gliela cancellavano, l'hanno ripresentata. Perfino usando l' escamotage di farla scodellare non dalla maggioranza ma dall'allora leader dell'opposizione, il diessino Vladimiro «Lillo» Crisafulli. Perfino a dispetto, stando alle dichiarazioni pubbliche, di Totò Cuffaro. Il quale un anno e mezzo fa si era messo di traverso alla fetida sanatoria dicendo che non era «condivisibile» e dunque andava eliminata dalla finanziaria dentro la quale era stata celata. E chi se l'immaginava, dopo tante bocciature di cui l'ultima nell'agosto 2003, che qualcuno avrebbe trovato il fegato di riprovarci?
E' successo. Nella notte dell'altro giovedì. Mentre il resto del mondo dormiva. Con modalità così frettolose e oscure che la leggina è passata senza che per giorni alcuno se ne accorgesse. E non si riesce manco a sapere chi, a destra e a sinistra, abbia votato l'emendamento, sostenuto questa volta a spada tratta, per conto evidentemente della giunta, dall'assessore al territorio Francesco Cascio. Di più: convinti che tanto valeva giocarsela, i promotori hanno inserito questa volta una furbata in più.
Non solo il condono per il cambio di destinazione d'uso vale per il passato e pure per il futuro (basterà avviare l'impresa agroalimentare e si potrà cambiare il progetto in corso d'opera purché non si metta di traverso il Comune che da quelle parti, come è noto, non è particolarmente arcigno) ma stavolta la fabbrichetta potrà diventare anche un albergo o un ristorante. Con tanti saluti a ciò che ancora resta integro della devastata costa siciliana. D'accordo: forse anche stavolta la leggina sarà cassata. Ma il messaggio agli abusivi è elettoralmente chiaro: una volta o l'altra, prova e riprova...

Data: 
Venerdì, 29 October, 2004
Autore: 
Fonte: 
Il Corriere della Sera
Stampa e regime: 
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