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SENTENZA ANDREOTTI. INGIUSTIZIA E´ FATTA

Testo: 


di Valter Vecellio

La quadratura del cerchio. In questo modo si conclude l'annosa vicenda che ha visto coinvolto il senatore a vita Giulio Andreotti, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa. Con la sentenza della Corte di Cassazione, che ha rigettato il ricorso proposto dalla procura di Palermo, cala definitivamente il sipario su una inchiesta cominciata - pensate - il 20 ottobre del 1992: quel giorno il nome di Andreotti compare per la prima volta in atti istruttori della procura di Palermo, citato dai "collaboratori di giustizia" Gaspare Mutolo e Leonardo Messina, nell'ambito dell'inchiesta sull'omicidio dell'europarlamentare democristiano Salvo Lima, capo della corrente andreottiana in Sicilia. Cinque mesi dopo la procura della Repubblica di Palermo diretta da Giancarlo Caselli, invia al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere: 246 pagine in per Andreotti si ipotizzava appunto una concreta e continuata complicità con la mafia. Ad accusarlo via via una quantità di "pentiti", tra gli altri da Baldassarre di Maggio che riferisce il famoso particolare di un "bacio" scambiato tra Adreotti e il boss Totò Riina.
Il 23 ottobre 1999 il tribunale di Palermo, dopo ben 264 ore di camera di consiglio - il tempo più lungo mai impiegato in Italia in un processo con un solo imputato - assolve il senatore a vita: "Il fatto non sussiste". Le prove, si legge nella monumentale motivazione della sentenza (ben 4.370 pagine), i giudici affermano che le prove prodotte dalla Pubblica Accusa sono risultate "insufficienti, contraddittorie, in alcuni casi anche del tutto mancanti".
Andreotti viene assolto anche in appello, il 2 maggio del 2003. Ma qui la sentenza ha una coda velenosa: assoluzione per il reato di associazione mafiosa; ma per il reato di associazione a delinquere relativi a fatti che il senatore a vita avrebbe concretamente commesso fino al 1980, scatta la prescrizione. Una "macchia" che non comporta nulla dal punto di vista concreto e pratico; ma, appunto, "sporca" l'immagine di Andreotti. E non delegittima completamente l'operato della procura palermitana.
E siamo alla sentenza della Corte di Cassazione di ieri: che rigetta il ricorso della procura palermitana, ma non accoglie neppure la richiesta della difesa di Andreotti, che voleva scrollarsi di dosso la "macchia" della prescrizione. Si conferma la sentenza d'Appello: appunto la quadratura del cerchio: Andreotti, complice della mafia ma non troppo, si potrebbe dire: giusto il tempo necessario per arrivare alla prescrizione. Una soluzione che non scontenta nessuno, anche se motivi di vera soddisfazione a ben vedere, non se ne vedono:
a) Andreotti resta comunque "sporcato", una "macchia" comunque infamante in un lungo curriculum prestigioso. Una vicenda che per inciso, ha stroncato legittime aspirazioni di scalata al colle del Quirinale.
b) Anni e anni di indagini da parte della procura palermitana diventano, definitivamente, "carta straccia", i risultati di anni e anni di indagini buttate nel cestino.
c) Beffati più di tutti gli italiani: cui si dice di essere stati governati un politico un po' dottor Jeckyll, un po' mister Hyde: politico dal prestigio mondialmente riconosciuto, padre della patria e Costituente, più volte presidente del Consiglio, senatore a vita; ma anche complice e sodale di boss mafiosi, giusto il tempo necessario per beneficiare della prescrizione.
Insomma: quello che enfaticamente è stato definito il "processo del secolo", che doveva, nientemeno che riscrivere "la storia d'Italia" , si è rivelato la proverbiale montagna che partorisce un topolino. E di tutto questo si dovrebbe esser soddisfatti? Per non dire che per mettere la parola fine a una vicenda così clamorosa e importante, sono occorsi "solo" ben dodici anni: c'è bisogno di spiegare perché tutta questa storia lascia l'amaro in bocca?

Data: 
Sabato, 16 October, 2004
Autore: 
Fonte: 
America Oggi
Stampa e regime: 
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