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Il ruolo di Pannella

Testo: 

di Mauro Mellini

Diaconale è, a quanto sembra, contento della risposta che Marco Pannella ha dato all'invito ad aderire all'appello per l'unità dei laici al convegno del 17 settembre. Risposta che, in estrema sintesi, è questa: l'unità dei laici è il partito radicale, quello di via Torre Argentina non so che numero, non più del numero 18 (ha tenuto egli stesso a precisare). Cioè sono io (ha tenuto a non precisarlo, ma non ve ne era bisogno). Diaconale è contento perché, dice, è fuori discussione che il partito radicale è stato al centro di tutte le battaglie laiche degli ultimi quarant'anni ed al centro vi è stato certamente Pannella.
Benissimo. Da Diaconale non si poteva pretendere una distinzione (che non è poi tanto sottile) tra partito radicale all'attuale numero di Via di Torre Argentina a quello del numero 18, e tanto meno, quello di Via XXIV Maggio, né una conoscenza della "svolta transnazionale" e "transpartitica" del 1988, né, tanto meno, del significato (quello reale) di tale svolta. Il riconoscimento della centralità del ruolo del partito radicale di Pannella è gesto di lealtà e di umiltà di Diaconale che gli fa onore.
Ma, non sembra che sia anche espressione di una effettiva comprensione della portata delle battaglie laiche cui allude e, soprattutto, della connessione effettiva tra tali battaglie e la prospettiva di una forza rappresentata dall'unione dei laici e del suo ruolo nella attuale situazione italiana. Non vi è dubbio che almeno una delle battaglie radicali e laiche, quella sul divorzio, abbia inciso in modo determinante sulla vita politica del nostro Paese, modificando gli equilibri politici di fondo e lo stesso significato di certe forze politiche.
Gli altri, un po' tutti, hanno avuto un'incidenza non certo trascurabile, ma hanno lasciato pressoché inalterati gli equilibri politici (e non solo quelli formali), né si sono tradotti in autentici elementi di forza. Per una diversa loro natura, probabilmente, ma, soprattutto, perché sono per lo più rimasti allo stadio di espressione di testimonianza, e ciò contro una precisa e dichiarata intenzione che caratterizzò l'impostazione di una politica riformatrice radicale. I referendum, con il loro moltiplicarsi e con la totale assenza di un'azione politica per, almeno, cercare di trovare attorno alle relative proposte una maggioranza o, comunque, una consistente e significativa forza di sostegno, sono divenuti materiali del grande archivio delle buone intenzioni di prima ancora che se ne constatasse l'esito.
Quello sulla responsabilità civile dei magistrati, con la vergognosa ritirata dei socialisti e con l'utilizzazione da parte dei comunisti diretta a farne un prezioso regalo all'arroganza della magistratura insofferente d'ogni freno (il tutto senza alcun segno esterno adeguato e rilevante di reazione da parte radicale e di Pannella), segnò addirittura l'avvio della grande operazione golpista giudiziaria del 1992 e seguenti.
Tutto ciò non dico per gusto di polemica o per smorzare entusiasmi, del resto già abbastanza evidentemente poco giustificati, di Diaconale e di quant'altri, ma per mettere i piedi per terra e ricordare ancora una volta, magari anche a Pannella (ammesso che abbia un senso farlo oggi, quando miseramente fallì nel tentativo di farlo nel 1988), che le battaglie per i diritti civili, se non si traducono in un'organica presenza nella vita politica del Paese da parte di chi le promuove e le combatte e se non comportano la creazione attorno ad esse di una forza non effimera ma stabilmente operante e capace di produrre nuovo ceto politico classe dirigente, perdono significato e rilevanza e diventano assolutamente controproducenti, poi, se si riducono in "toccata e fuga" rispetto alle questioni che affrontano. A ciò si aggiunga il rifiuto di una autentica strategia, di una collocazione negli schieramenti politici esistenti ed ancora altro.
L'assenza radicale nella crisi del 1992 e seguenti (assenza, in buona sostanza, preparata e teorizzata), con i palliativi ed i trastulli delle convocazioni mattutine del Parlamento, non fu senza effetto (effetto pernicioso) nell'andamento di quegli avvenimenti. Lo dice uno che, avendo da tempo cominciato a denunciare le propensioni al golpe giudiziario, non fu, certo, da solo, capace allora di far nulla, o quasi, di quanto predicava dovesse farsi. E che non per nulla non si considerava il centro dell'universo o solo di un microcosmo politico.
Detto tutto ciò, non me la sento di sconsigliare a Diaconale, a Giacalone, a Gunnella, a De Luca, a Biondi di raccogliere l'invito di Pannella e di ritrovarsi a Via di Torre Argentina ed ai tavoli per i prossimi referendum. Meglio di niente. Il problema, del resto, non è quello di una sigla (e tra tutte quelle che si ritrovano tra le macerie della Prima Repubblica, dopo quelle dei beneficiari del golpe, quella radicale è, tutto sommato, meno priva di senso). Il problema, tuttavia, è e rimane quello della formazione di una vera forza politica nuova, capace di mettere a profitto la lezione del golpe, di capirne la natura e gli effetti e di trarne le conseguenze. Una forza politica senza complessi di sudditanza e di attese di miracoli. Se non del miracolo della sua creazione.

Data: 
Giovedì, 23 September, 2004
Autore: 
Fonte: 
L´OPINIONE
Stampa e regime: 
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