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Castelli, le sue prigioni

Testo: 

di Furio Colombo

Un titolo della Padania dice molto del momento in cui stiamo vivendo:"Le carceri le ha riempite la sinistra". E' vero che il gruppo dirigente della Lega, senza Bossi, è una banda di disperati che passa quasi all'istante dall'insulto volgare (Calderoni) alla offerta di lavorare con l'opposizione sul federalismo (Calderoni) senza la decenza di un minimo intervallo. La mancanza di Bossi non li rende peggiori (è impossibile) ma li fa apparire storditi e confusionali. Però il titolo appena citato è esemplare per tutta la coalizione di governo che forse sarà liquidata fra due anni alle urne, ma che non sarà dimenticata tanto presto dagli italiani.
Il titolo riflette quella che un tempo si sarebbe chiamata la cultura di governo". La cultura di questo governo dà l'impressione di una giacca di molte misure più stretta del normale. Ti chiedi perché uno abbia una immagine così misera di se stesso e non voglia o possa sentire la dignità del proprio ruolo e delle proprie responsabilità.
Prendete Castelli. E' certo il peignoir ministro della Giustizia che la Repubblica abbia mai avuto. Somma l'incompetenza con l'arroganza e unisce alta funzione e spallate da teppista che, come minimo, sorprendono. Non ha idea del ruolo che ricopre e se ne vanta, è un uomo orgoglioso della sua totale inadeguatezza che vive come prova della sua estraneità a "Roma ladrona". E' una sindrome infantile che imbarazza tutti ma non lui.
Lui dà la colpa ai Radicali se i detenuti di Regina Coeli sono costretti a stare in otto in una cella, li chiama cattivi maestri (è una frase che ha raccattato da altre polemiche) perché realizzano un'antica opera di misericordia cristiana.
Ma che gli frega a Castelli? Lui sa che le prigioni si sbarrano e basta, fino al punto di vietare le visite democraticamente previste dalla Costituzione. Come quella del Comune di Roma. Lui è di quelli che buttano via la chiave e aspettano la svolta che fatalmente segue i momenti peggiori dell'incattivimento di un Paese. Aspetta il grido del collega Calderoli che esige di mobilitare la Marina per spingere al largo o affondare (lui dice «Non siamo la Croce Rossa») gommoni di disgraziati che tentano di sbarcare. Aspetta le conseguenze della prossima legge Fini sullo spinello per rinfoltire le carceri (fa sapere che «una prigione non è un Grand Hotel»), assiste tranquillo al moltiplicarsi dei suicidi in prigione. Gli manca del tutto il senso dell'istituzione che - da ministro della Giustizia - rappresenta. Se è stato così attivo e infaticabile contro i magistrati mostrando un profondo, personale disprezzo che un ministro della Giustizia dovrebbe quanto meno nascondere (dopo tutto non è colpa sua se lo hanno scelto e portato a giurare) perché non dovrebbe avere malanimo verso i carcerati?
Ma fate attenzione alle mosse di contrattacco del ministro della Giustizia Castelli. E' una sequenza che dovrebbe scoraggiare chiunque, nell'intero arco della opposizione, ad avere contatti politici con questa gente, se non altro per le ragioni simboliche espresse dal proverbio "Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei". Ecco la sequenza.
1 - Disinteressarsi del problema delle prigioni (che è grave e drammatico in tutto il mondo, che è una piaga di tutte le democrazie) con le note affermazioni sugli alberghi di lusso. E' vero che il problema carcerario italiano non è nato con Castelli. Ma questo fatto aggrava la sua alzata di spalle. Sarebbe come governare in Sicilia senza curarsi della feroce mancanza d'acqua dicendo: «Non ho mica chiuso io rubinetti». C'è una differenza fra non fare niente e vantarsene.
2 - Le prigioni italiane sono obiettivo e impegno dei Radicali che, sia con la straordinaria iniziativa di Radio-Carcere (fa capo a Riccardo Arena), che con le frequenti visite agli istituti di pena rompe l'aspetto più terribile della prigione: il terrore di essere dimenticati dall'altra parte del muro. Questa volta la visita era "interessata" perché il segretario dei Radicali intende raccogliere firme contro la barbara legge sulla procreazione assistita. Vuol dire che è due volte meritevole: perché insieme alla visita e alla constatazione dell'orrore carcerario c'è il tentativo di coinvolgere i detenuti nell' urgente progetto civile del referendum.
Tutto ciò evidentemente è troppo per questo ministro della Giustizia. Scoppia una rivolta nel quarto braccio di Regina Coeli e un ministro della libera e democratica Repubblica italiana accusa prontamente chi - in pieno agosto - ha visitato i detenuti. I Radicali lo hanno giustamente denunciato per calunnia perché ha detto con sprezzo che "i cattivi maestri" pur di stare sui giornali in agosto, non esitano a incitare i detenuti alla rivolta.
Poi i Radicali hanno rilanciato chiamando i detenuti allo sciopero della fame per oggi, domenica. Ha risposto loro, con furore incontrollato e un po' imbarazzante il ministro Giovanardi (Udc, Rapporti con il Parlamento) che non c'entra niente ma ha definito la loro iniziativa «inqualificabile e provocatoria». Evidentemente non ricorda nulla delle opere di misericordia cristiane, e per uno dell'Udc si nota. E' una clamorosa dimostrazione del perché non si deve stare accanto ai leghisti tipo Calderoli e Castelli. Si corre il rischio di somigliargli e di parlare come loro.
3 - Deputati e senatori dell'opposizione - ma anche della maggioranza - visitano spesso le prigioni, testimoniano delle condizioni invivibili. Da quei deputati e senatori - se mai Castelli avesse rapporti con il Parlamento (verso il quale sembra nutrire sentimenti simili a quelli che dimostra verso la Magistratura e verso i cittadini reclusi) - saprebbe che la situazione è drammaticamente pesante persino a prescindere dalle sue responsabilità di ministro che non sa fare il ministro e dà sempre la colpa ad altri. E infatti - dopo i Radicali "cattivi maestri", poteva Castelli dimenticare i comunisti, che ai suoi piccoli occhi vendicativi sono colpevoli di tutto?
E allora fa dire alla Padania che «le carceri le ha riempite la sinistra». Lo sa anche lui che è una frase senza senso per lui, per la Lega e per tutta la Casa delle Libertà. Sono coloro che hanno impostato l'intera campagna elettorale - durata tutti e cinque gli anni della passata legislatura - a spiegare che il lassismo della sinistra, il rifiuto di arrestare, la intollerabile inadeguatezza delle leggi, le scorribande senza controllo degli immigrati, il fatto che «dalla prigione li fanno uscire subito» tutto ciò aveva prodotto la impennata di criminalità che stava terrorizzando l'Italia.
Ricordare i telegiornali - tutti - di casa Berlusconi per credere. Cercavano di dare almeno una notizia di furto, rapina e omicidio al giorno. Poco importa se l'impennata di criminalità c'è stata adesso, e che adesso le carceri sono colme di arrestati per droga e per la Bossi-Fini. Le Tv le controllano loro e la verità non la diranno mai.
Ma il fiato cattivo leghista si spande adesso in questo Paese involgarito e spezzato, con l'affacciarsi di un'idea folle, degna dei tempi di Dickens: le carceri private. Negli Stati Uniti esistono e sono considerate dalle organizzazioni per i diritti civili, dalle associazioni degli avvocati, da esperti, da giudici, la vergogna del Paese. Vi sono tribunali che - se la legge lo consente - evitano la pena detentiva per non inviare il condannato in un carcere privato. La ragione è che nel carcere pubblico la brutalità è un rischio, in quello privato un business. Perché il terrore dei detenuti più deboli diminuisce le spese di sorveglianza, affidata ai detenuti più forti e più dotati di gangsteristico spirito d'impresa.
Ma le prigioni private non sono che la sgradevole materializzazione di una cultura cupa e pericolosa, che gira per il mondo: la sicurezza privata e i suoi esperti. Ricordate Abu Ghraib, la terribile prigione americana di Bagdad? Tutti i soldati e gli ufficiali imputati delle odiose pratiche di quel carcere si sono difesi dicendo che il sistema di "softening" (come ammorbidire, ovvero piegare i prigionieri stroncandone identità e resistenza) era il frutto del training ricevuto da istruttori privati. Del resto le prigioni private cilene, che nel 2002 Berlusconi ha mandato a studiare come modello, sono un tipo di impresa fiorita in quel Paese quando molti ex militari che avevano in carico le famigerate prigioni di Pinochet, dopo Pinochet sono rimasti senza lavoro.
S'intende che nel privato gli esperti di Pinochet saranno un po' più prudenti del tempo in cui governavano. Ma il bilancio delle prigioni è semplice: si risparmiano i costi strutturali con lo spazio ridotto (che viene teorizzato come più adatto alla disciplina perché "scomodo"); quelli del personale con un numero limitato di guardie in grado di incutere timore e sottomissione; quelli del vitto adottando diete da fame perché, come spiegano gli esperti privati di Abu Ghraib e come ha detto Castelli, perché una prigione dovrebbe assomigliare a un Grand Hotel? Per spendere meno devi piegare e umiliare di più, spostando la cella definitivamente fuori dall'ambito della Costituzione. Castelli ci pensa. Berlusconi ci pensa. Dovrà pensare a loro l'opinione e il voto degli italiani.

Data: 
Sabato, 21 August, 2004
Autore: 
Fonte: 
L´UNITA´
Stampa e regime: 
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