You are here

La scuola radicale

Testo: 


di Valter Vecellio

Credo che uno dei modi per guadagnarsi un sonoro "vaffa?" da Marco Pannella sia quello di dirgli che è titolare di una scuola di pensiero, che è un maestro di qualcosa, e via così. Ma è un rischio da correre, questo del "vaffa". E' comunque strano, e significativo, che Pannella, con Emma Bonino, sia proposto a qualsivoglia carico e incarico, salvo poi, naturalmente, affidarlo ad altri: nessuno però ha pensato di conferirgli una laurea ad honorem; eppure le università italiane non sono certo parche. E' già laureato in giurisprudenza, d'accordo; ma un ulteriore riconoscimento non guasterebbe: "E' il solo uomo politico italiano che costantemente dimostri di avere il senso del diritto, della legge, della giustizia", ha scritto Leonardo Sciascia, riferendosi a Pannella. E di esempi che confortino e suffraghino questa affermazione se ne possono produrre a iosa.

Bene. Tra le molte cose che quest'uomo ha insegnato a qualcuno di noi (e qui già par di sentirlo il "vaffa" che parte), è condensato in una "piccola" frase del filosofo francese e premio Nobel Henry Bergson: "La durata è la forma delle cose". La prima volta che l'ho sentita, sarà stato trent'anni fa, in non ricordo più quale congresso radicale; e poi da allora ritorna: la continuità, incarnata in chi fa le cose, e che non termina qui. Il presente, il passato e il futuro, che in certi momenti appaiono come sono: punti di riferimento dialogici necessari. Bene: piaccia o no, il Partito Radicale non solo è l'unico che può vantare una ricchissima frequentazione dei suoi dirigenti e militanti nelle carceri italiane e nelle aule di giustizia, ma mai per un furto, un peculato, una frode, un'appropriazione indebita. Si avvia anche ad essere ormai il partito più longevo e "antico" sulla scena politica italiana. Un bel primato, di un qualche significato. Se ne tenga conto. Non è per un caso.

Ancora Pannella, ancora Bergson: questa volta in una lunga intervista di cinque anni fa, al professor Gaetano Quagliariello per la rivista Ideazione: "Ho trovato in Bergson, che ho ripreso tra le mani l'altro giorno, una intuizione importante: la "riforma" si può fare se si accetta l'idea della "forma" nel diritto e nella politica. Che m'importa quale sarà la riforma di D'Alema se so che non crede nella forma? Se non si rispetta la Costituzione che si ha, perché si dovrebbe rispettare la Costituzione che verrà? Noi dobbiamo fare la rivoluzione americana o quella del 1789 e non quella del 1793 o dell'ottobre 1917. Dobbiamo guadagnare innanzi tutto la certezza del diritto. Questa è una battaglia di civiltà profonda. È la rivoluzione illuminista e liberale che pone il diritto come fondamento della possibilità del vivere: un diritto che impone al potere di servirlo esattamente come al semplice cittadino. La negazione di ciò rappresenta la vera ideologia e cultura del "regime terzo", che è stata distillata in un modo spaventoso. Il fatto che stia scomparendo dalle cose visibili la filosofia del diritto è il segno più evidente della sua potenziale pericolosità per questo regime. Sul piano storico, poi, Benedetto Croce continua a offrirci una riflessione che è giusta: questo è un Paese che ha avuto solo controriforme e mai una riforma?".

C'entra tutto questo, nel dibattito promosso da L'Opinione sulle prospettive di una casa laica?
Sì, non fosse che per fissare questioni di metodo. Anche il lessico ha la sua importanza. Così, a quanti lavorano per la casa comune dei riformisti, sommessamente obietto che sarebbe preferibile un condominio (anche piccolo), dei riformatori. Non è un giochino verbale. La differenza tra riformisti e riformatori è grande, e sarebbe il caso di cominciare a marcarla.
Così, bisogna intendersi sul laicismo. Quello italiano sta ai valori laici come il cattolicesimo italiano sta alla religione. Non certo per un caso Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi parlavano di "laici in gonnella". Loro, Salvemini, Rossi, erano additati come anticlericali fuori dalla storia e dal mondo. E' proprio quel laicismo però che va recuperato, valorizzato. Se no, si è appunto, laici con la sottana da prete e da chierici. Dobbiamo credo a Franco Roccella, un compagno ed un amico che dovremo forse ricordare più di quanto non si faccia, una felice sintesi di una profonda intuizione: non tanto l'unità delle forze laiche, quanto l'unità laica delle forze. Una formula con qualche decina d'anni alle spalle, ma credo ancora valida.

Per andare alla carne dei problemi. Ci sono alcuni temi su cui ci si può utilmente e concretamente misurare. Schematicamente:
a) Economia: riforma delle pensioni, riforma del welfare, iniezioni di flessibilità nel mercato del lavoro, privatizzazioni e liberalizzazioni. Non v' chi neghi che occorre perseguire un obiettivo di equità tra le generazioni, liberando i giovani dall'alternativa tra l'essere disoccupati, o entrare in un sistema che li costringe a versare un terzo dell'ipotetico stipendio lordo in contributi, per pagare la pensione a quanti, nel frattempo, continuano a lavorare in nero: così i disoccupati di ieri, che saranno i non pensionati di domani, devono pagare il pedaggio a una generazione privilegiata che troppo spesso ha deciso, votato e scioperato contro i propri figli. Occorre assicurare una maggiore competizione tra pubblico e privato, in ogni settore: sanità, scuola, ricerca. Occorre offrire più scelte, più opportunità, più servizi al cittadino. C'è poi da scrivere quello che a tutti gli effetti si può definire "uno statuto degli outsider": giovani, piccoli e medi imprenditori, lavoratori del privato, disoccupati, pensionati sociali e al minimo, immigrati, che sono e resteranno fuori dal fortilizio delle garanzie e dei privilegi corporativi. Un "popolo", un'Italia senza voce e senza rappresentanza, che nessuno difende, e che va invece tutelata: per il bene loro e di tutti. E' evidente che per fare tutto questo occorre mettere in discussione il tabù della concertazione, che riduce il Parlamento a mera camera di ratifica di decisioni assunte altrove.

b) Giustizia: il circuito carcerario italiano è indegno di un paese civile, e di fatto impone a ogni detenuto un illegale supplemento di pena. Ogni tribunale poi è oberato da centinaia di migliaia di procedimenti penali e civili destinati a finire spesso in prescrizione: una giustizia-lotteria, che ci procura quotidiane condanne dalle Corti internazionali per la spaventosa lunghezza dei processi e per le ingiuste detenzioni preventive. Ci sono poi privilegi della magistratura sconosciuti in qualunque altro paese occidentale: dalla automaticità delle carriere alla possibilità di lauti incarichi extragiudiziari. Un Consiglio Superiore della Magistratura con la vocazione di essere la terza camera del Parlamento, che a quest'ultimo contende la titolarità della politica della giustizia. Contro tutto questo, è ormai indifferibile mettere in campo un pacchetto di riforme che vadano dalla separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti, al definitivo passaggio dal sistema processuale inquisitorio a quello accusatorio; e ancora: abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale; affermazione di una piena responsabilità civile dei magistrati; riduzione dei termini di custodia cautelare; restituzione di una piena dignità e responsabilità alle forze di polizia svuotate dall'ipertrofia dei poteri attribuiti all'ufficio del Pubblico Ministero.

c) Riforme istituzionali: vale a dire un sistema di pesi e contrappesi come nella tradizione anglosassone; penso all'elezione diretta del capo dell'esecutivo, con relativa assegnazione di poteri che conferiscano al governo stabilità ed efficacia; Parlamento dotato di efficaci poteri di controllo. Sviluppo e potenziamento degli strumenti di democrazia diretta.

d) Libertà individuali: è necessario che gli Stati non si intromettano nelle scelte confessionali; è parimenti necessario che le Chiese non si intromettano nelle scelte normative e legislative degli Stati. La laicità degli ordinamenti, la distinzione tra "peccato" e "reato", tra norma "morale" e norma "giuridica", rappresentano la difesa migliore anche per la libertà religiosa. La Chiesa cattolica naturalmente ha il pieno diritto di diffondere i suoi messaggi, la sua parola. Ma i responsabili politici non devono consentire alle legittime convinzioni morali di alcuni, di tradursi in imposizione o proibizione per tutti gli altri. Va rivendicato il diritto dei laici, dei liberali, degli antifondamentalisti, di denunciare che il risultato concreto di alcune delle politiche proposte dalle gerarchie vaticane è solo quello di proibire terapie, vietare ricerca, imporre inutili e crudeli sofferenze. Opporsi alla libertà della ricerca scientifica significa togliere speranza di vita e di guarigione a milioni di malati come Luca Coscioni o Piero Welby.

In troppi, in questi decenni, e troppe volte, hanno preteso di decidere in nome e per conto del singolo: Stato, Chiesa, famiglia, partito, sindacato. E' tempo di dire: Basta!, e dall'intensità di questo "Basta!" e dalla sua efficacia, si misureranno i laici, i riformatori. Come sull'economia, anche per il diritto e i diritti civili, bisogna allargare la sfera delle decisioni individuali e private, rispetto a quelle delle scelte pubbliche e collettive. I radicali sono ben attrezzati, hanno proposte concrete, su cui misurarsi. E' su questi terreni che occorre avviare il confronto. Chi ci sta?

I conti, come si vede, tornano: la durata è la forma delle cose. La "riforma" si può fare, se si accetta l'idea della "forma" nel diritto e nella politica. L'unità delle forze laiche è una mera sommatoria, e non è neppur detto, come l'esperienza insegna. L'unità laica delle forze può, al contrario, comporta conquista di libertà che non lasciano sconfitti sul campo, ma rappresentano vittorie per tutti, anche per chi le aveva avversate: come nel caso del divorzio o dell'aborto.
E anche questa è una "lezione" di quel "maestro" che si chiama Marco Pannella.

Data: 
Domenica, 25 July, 2004
Autore: 
Fonte: 
L´Opinione
Stampa e regime: 
Condividi/salva