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Le vere privatizzazioni? Solo i tabacchi di Stato

Testo: 

RISPOSTA A TREMONTI

«Privatizzare» significa cedere a privati il controllo di imprese precedentemente in mano pubblica: il sen. Franco Debenedetti ha persino depositato in Parlamento un progetto di legge (Ddl 2566) che vieterebbe allo Stato di usare il termine «privatizzazione» quando colloca sul mercato azioni di società delle quali continua a detenere il controllo, Enel ad esempio. Secondo questa definizione, nei suoi tre anni al ministero dell'Economia Giulio Tremonti ha compiuto una sola privatizzazione: la vendita, che peraltro ha avuto molto successo, dell'ex Monopolio tabacchi. Aver spostato partecipazioni dello Stato nella Cassa Depositi e Prestiti, dopo avervi fatto entrare le Fondazioni bancarie, è stato invece un passo indietro rispetto alle privatizzazioni: se mai volesse davvero privatizzare Enel o Eni, oggi il ministro dell'Economia dovrebbe ottenere il consenso delle Fondazioni. Proprio questo è il motivo che indusse Guido Carli, nel 1991, a concentrare nel Tesoro le partecipazioni prima in parte attribuite alla Cassa.

Le cartolarizzazioni di immobili pubblici sono state un'innovazione importante del ministero Tremonti, presa ad esempio in altri Paesi europei, ma non priva di rischi. Innanzitutto perché, contrariamente alle privatizzazioni, Eurostat consente che quei ricavi entrino nel bilancio corrente dello Stato, anziché essere destinati esclusivamente a ridurre il debito. Inoltre, se si cartolarizzano immobili pubblici che poi lo Stato deve riaffittare, come le caserme, vi è certamente un guadagno di efficienza, ma il valore attuale dell'operazione deve tener conto del costo degli affitti futuri. Su questi temi rimando all'ottimo articolo di Carlo Scarpa «Le privatizzazioni di Tremonti», sul sito www.lavoce.info .

«Il problema del capitalismo italiano non è questione di "classi" ma di "strutture", non di capitalisti ma di istituzioni. L'essenza materiale del problema del capitalismo in Italia è che in Italia mancano i fondi pensione». Su questa affermazione di Giulio Tremonti (sul Corriere di ieri) sarebbe importante aprire una discussione. Innanzitutto non sono d'accordo che il problema non sia anche di «capitalisti»: i Dassault e i Lagardère in Francia, Asso Platner e i Quandt in Germania, i Wallenberg in Svezia, danno un contributo importante al capitalismo dei quei Paesi; può Tremonti citare un solo industriale italiano che si sia fatto avanti con lui per acquistare Finmeccanica, anziché il solito quasi-monopolio di telefoni, luce o gas? Per questo scrivevo che la tesi, che forse ho erroneamente definito tremontiana, secondo la quale in Italia talvolta lo Stato è un imprenditore migliore dei privati, non può essere tralasciata.

Quanto ai fondi pensione, mi viene il dubbio che attribuire le difficoltà delle privatizzazioni alla loro assenza sia un alibi, condiviso peraltro anche da Giuliano Amato. E' indubbio che la presenza di grandi investitori istituzionali come i fondi pensione rende più facile privatizzare, ma perché questi soggetti dovrebbero essere italiani? I fondi inglesi e olandesi impiegherebbero poche ore ad assorbire l'intero capitale residuo di Enel. Allora perché italiani? Forse perché speriamo che fondi nostrani sarebbero più teneri con le aziende, magari quando si tratta di ridurre il numero dei dipendenti? Giulio Tremonti ha comunque sollevato un problema importante. Resta il profondo rammarico che egli sia l'unico esponente della cosiddetta Casa delle Libertà con cui si possa discutere di questi temi. Forse non è un caso che lo abbiano costretto a lasciare il governo.

di FRANCESCO GIAVAZZI

Data: 
Mercoledì, 21 July, 2004
Autore: 
Fonte: 
IL CORRIERE DELLA SERA
Stampa e regime: 
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