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SALVATORI O OPPRESSORI?

Testo: 

di Valter Vecellio

Ieri buoni, "salvatori". Oggi cattivi, "oppressori". Chi sono? Ma è evidente: gli americani. "Ieri" sta per 1944: quando a migliaia andarono a morire nelle spiagge di Normandia, ma anche in Sicilia, e un po' ovunque in Italia, in Europa e nel mondo. Come trent'anni prima erano venuti a combattere l'impero austro-ungarico e il Kaiser tedesco, erano venuti per la seconda volta: a liberarci da nazisti e fascisti. Erano, allora, buoni, motivati, portavano la libertà. Non come quelli di oggi, cattivi, che si fanno fotografare mentre umiliano e torturano i prigionieri di Abu Grahibi; cinici e brutali, violenti: "i soldati di oggi sono in guerra con la popolazione". Proprio così: "in guerra con la popolazione". Non solo: quel certo numero di giovani americani "compenetrati della malvagità e della disumanità degli iracheni, si sono lasciati andare, con l'accordo dei loro capi, a trattare come bestie i loro prigionieri. Lo spettacolo scoperto dai G.I. nei campi nazisti appare improvvisamente ai loro figli come qualcosa che può accadere anche a loro?". Ci siamo, eccola, l'invettiva: come i nazisti, peggio dei nazisti. Ma questa volta non è uno slogan imbecille scandito nel corso di una manifestazione da qualche esagitato ignorante. Questa volta è un "nero su bianco": un commento, pubblicato su "La Repubblica", e firmato da Jean Daniel.
Il personaggio: Daniel è un tipico esponente di quella rive gauche che a Parigi furoreggiava e ancor oggi va per la maggiore. Si sta parlando di una generazione politica e intellettuale che aveva tra le sue fila Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Cornelius Castoriadis, Michel Foucault, Roland Barthes, Regis Debray, per fare qualche nome. Un'intellighentia che si ritrovava attorno a riviste come "Les Temps Modernes" o a "Le Nouvel Observateur", il settimanale fondato appunto da Daniel, che per anni ne è stato il direttore. Quella sinistra che aveva in orrore coscienze liberali come Raymond Aron e Albert Camus, e per anni orgogliosa preferì aver torto con Sartre, piuttosto che aver ragione con loro.
Vizi duri a morire, a quanto pare. Ed ecco che viene tracciata una bizzarra equazione: la disponibilità al sacrificio da parte di uomini e donne, manifestatasi negli anni della lotta al nazi-fascismo, "disponibilità incredibilmente preziosa per la sopravvivenza della democrazia negli Stati Uniti e nel mondo", verrebbe ora mortificata; e mortificandola si correrebbe verso la decadenza, si precipiterebbe verso la rovina. Vai a capire perché per Daniel quella disponibilità sarebbe "incredibilmente" preziosa e non preziosa punto e basta. Fatto è che la corsa verso la decadenza e la rovina sarebbe frutto di guasti "provocati da George W. Bush e dai suoi. Perché hanno fatto credere ai soldati che l'Irak fosse in possesso di armi di distruzione di massa (le migliaia di curdi gasati, evidentemente, sono un'invenzione); che erano attesi come liberatori, e che "una volta distrutte le legioni dei pretoriani non avrebbero trovato nessuna resistenza popolare". Poco ci manca che Daniel dica che in Irak si stava meglio quando c'era Saddam.
Per quelle felici coincidenze che si realizzano anche nel mondo della carta stampata, al francese Daniel ospitato su "Repubblica", risponde un altro francese: il filosofo André Glucksmann, dalle colonne del "Corriere della Sera". Glucksmann preliminarmente ricorda un qualcosa che dovrebbe essere ben assimilato, ma a quanto pare non è: "Senza D-Day, non ci sarebbe stata Europa a Sei, a Quindici, a Venticinque e oltre?grazie agli americani, agli inglesi, ai canadesi, agli australiani oggi non siamo costretti a pensare da nazisti o da stalinisti".
Glucksmann poi punta diritto al cuore del problema: "Possono ancora gli americani fare appello al diritto d'ingerenza battezzato nel sangue versato per la liberazione d'Europa? Sì, malgrado le recenti ignominie commesse nelle prigioni irachene, moralmente insopportabili, politicamente controproducenti e strategicamente assurde, di cui portano l'intera responsabilità? Sì. Perché nel bene e nel male, gli Stati Uniti restano una democrazia. L'unica che non abbia censurato, in piena guerra, la pubblicazione dei crimini commessi dai suoi soldati. L'unica dove la stampa e la televisione svelano in poche settimane la vastità degli abusi e scrutano liberamente gli annessi e i connessi del disastro compiuto. L'unica dove le commissioni d'inchiesta portano in tribunale un presidente, ministri, generali, capi dei servizi segreti interrogandoli senza riguardi né restrizioni".
Oggi, ricorda Glucksmann, il cittadino americano è l'unico a guardare e giudicare e condannare a caldo i misfatti perpetrati in suo nome: "L'America non è popolata da angeli, ma rimane la patria numero uno dei diritti dell'uomo perché, più che altrove, è capace di darsi i mezzi per mettere in luce e quindi bloccare la loro violazione. I diritti dell'uomo misurano la nostra capacità di resistere all'inumano, al male che ci è di fronte come al diavolo che è in noi". Sommessamente, ci permettiamo di credere che Glucksmann abbia fatto un discorso più onesto e, anche, di gran lunga più serio.

Data: 
Domenica, 6 June, 2004
Autore: 
Fonte: 
IL GIORNALE DI SICILIA
Stampa e regime: 
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