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Quando l'Italia smise di sentirsi cattolica

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TRENT'ANNI FA IL REFERENDUM: LA PRIMA VITTORIA DI PANNELLA E DEGLI SCATENATI RADICALI

di Filippo Ceccarelli


Dodici maggio 1974, e cambiò tutto. Molto semplicemente: smise l'Italia di sentirsi cattolica, e per la prima volta si giudicò un paese moderno. A distanza di trent'anni, si può dire che entrambe le condizioni erano veritiere nella loro più rischiosa incompiutezza. Ma la sera del 13, con la primavera ancora un po' in ritardo, resta comunque indimenticabile. «Questa sera è una nuova Porta Pia - annota nei suoi diari l'ambasciatore italiano presso la Santa Sede Gian Franco Pompei -.

Anche Paolo VI, come Pio IX, ha voluto avere la sua: l'ha avuta». Il Papa stava male, all'inizio del mese un giornale francese l'aveva già dato per morto. A rileggere quell'eccezionale miniera di ricordi che sono i taccuini del diplomatico italiano, Un ambasciatore in Vaticano (Il Mulino, 1994), c'era chi diceva che se si fosse perso il referendum il Papa si sarebbe dimesso. Pompei aveva chiesto conferma in Segreteria di Stato: «Il cardinal Benelli ha alzato le braccia al cielo con vivi segni di diniego». Paolo VI in effetti non si dimise, né quella sera né mai, però i risultati elettorali lo resero ancora più debole, e più cupo.

Marco Pannella aveva da pochi giorni compiuto 44 anni. Era allegro e felice, sebbene o forse proprio perché al decimo giorno di sciopero della fame (contro Bernabei, direttore generale della Rai fanfaniana). I divorzisti si ritrovarono spontaneamente a Piazza Navona. «Quella notte, fino all'alba - scrivono Massimo Teodori, Piero Ignazi e Angelo Panebianco ne I Nuovi Radicali (Mondadori, 1977) - l'immensa marea dei cittadini, forse mezzo milione, percorse in corteo le strade della capitale, esternando l'entusiasmo della prima vittoria dal dopoguerra sulle forze moderate, conservatrici e clericali, in un'atmosfera paragonabile a quella della proclamazione della vittoria repubblicana del 1946».

Il 1870 per i pontefici, quindi, e il 1946 per la società italiana: quando si dice che il dodici maggio 1974 è una data che fa epoca. A Piazza Navona, quella sera, vennero anche moltissimi comunisti; e tra loro due salaci spiriti come Maurizio Ferrara e il «sor Paolo» Bufalini. Quest'ultimo, dirigente affidabilissimo e pregevole traduttore di Orazio, era il personaggio incaricato di tenere i rapporti tra le Botteghe Oscure e la Santa Sede, e fino all'ultimo aveva cercato di evitare il referendum. Berlinguer, infatti, che pure lo avrebbe vinto, non lo voleva: un po' perché temeva che le donne, anche comuniste, avrebbero votato Sì; e un altro po' perché lo scontro con il mondo cattolico ingarbugliava inesorabilmente la sua politica, quella del compromesso storico. Pannella lo sapeva benissimo, e ci dava dentro.

Così, quella festa di piazza che con qualche ragione i radicali avevano fatto propria era in effetti molto meno festosa di quello che sembrava. Tanto che vi si esercitò la pesante vena poetico-romanesca di Ferrara. I pannelliani, per lo più ubriachi, erano qualificati «'na manica de gente assai lasciva/ finocchi e vacche ignude alla Godiva». Troppo per il moralismo comunista. «Ar vedelli smanià come li bonzi - così si concludeva dunque il sonetto - sor Paolo ciancicò: "Bell'allegria,/ ce tocca vince pure pe' 'sti stronzi!». Era l'inizio di una lunga contesa a sinistra, sulla frontiera mobile del laicismo, delle libertà civili, dell'uso del referendum, del voto giovanile. Gli sconfitti, d'altra parte, avevano ben altro su cui riflettere. I promotori cattolici della consultazione per primi. Avevano affrontato la battaglia con dignità, ma con pochi mezzi. Ha raccontato a questo proposito Vittorio Mathieu una frase ascoltata durante la campagna elettorale da Norberto Bobbio: «Io sono per il divorzio, eppure vorrei vedere nella nostra università di Torino, fra tanti manifesti, un manifesto contro: anche uno solo».

In un volume uscito 14 anni dopo, Perché il referendum sul divorzio (Ares, 1988) il professor Gabrio Lombardi non ha saputo resistere alla tentazione di porre la questione cruciale: si poteva vincere? E risponde di sì, indicando ben otto impedimenti (preoccupazioni, convenienze ed equivoci nel mondo politico e cattolico) che gravarono in modo decisivo sul risultato. Ma quella sera anche Lombardi dovette riconoscere che l'Italia non era più quella che in tanti, come lui, pensavano. E cominciò probabilmente a stendere l'ultimo orgoglioso comunicato di quella battaglia: «Mai come in questo periodo abbiamo avvertito in noi la grande pace, la grande gioia, che dà la certezza di aver compiuto, sino in fondo, il proprio dovere».
Pochi democristiani potevano proclamare altrettanto. Costretti per pigra acquiescenza a predicare nelle piazze cose in cui non credevano più, vi incontrarono un'Italia che non riconoscevano più, ostile ai loro ragionamenti capziosi o lacrimevoli sull'indissolubilità del matrimonio e sui travagli della vita coniugale. Il povero Luigi Granelli, che pure era un uomo aperto, una volta a Trieste si vide interrompere il suo pacato fervorino da una signora che in piedi sotto il palco, a mani giunte, gli gridava: «Ohè, per favore, basta: che ne vuoi sapere tu di cazzo e fica?».

L'espressione era senza dubbio brutale, ma anche su quella particolare materia non tutti i dc avevano la coscienza a posto. Gli annullamenti rotali garantivano infatti, per giunta a caro prezzo, una specie di «divorzio vaticano». Sullo scabroso materiale, trascritto in un solenne e ridicolo latino, mise le mani l'avvocato Mauro Mellini, che ne diede conto su La Prova Radicale in un articolo appunto dedicato alle «Onorevoli nullità». Diversi accesi politici anti-divorzisti vi figuravano in un incredibile quadro di vaginismi, impotenze, frigidità, sigilli virginali, verghe e liquidi organici versati qui e là, dentro e fuori, attivando un pietoso campionario di infelicità fortunatamente più finte che vere.

Il partito della famiglia ebbe la più crudele e mortificante esposizione. C'era l'onorevole missino che assicurava di essere stato scelto dalla madre della sposa, che anzi lo trovava «un bamboccio fatuo, vuoto, effeminato, scivoloso». C'era il notabile dc sposato con una donna socialista che riferiva come costei un figlio non l'avrebbe mai fatto, anzi l'avrebbe fatto «col fischio», come diceva, e qui aggiungeva un gesto volgare. Un altro caso più che imbarazzante descriveva nei minimi dettagli, e sempre in latino, i vani e molteplici assalti di un onorevole alla moglie. Ma il curioso di tutta la faccenda è che il marito, «exacerbatus» dall'impossibilità di «perficere carnalem copulam cum uxore», ecco, «totum se profundit ad vitam publicam». E cioè proprio per questo si era messo a fare politica, con la Dc: per sublimare o dimenticare le sue frustrazioni sessuali.

E insomma, per forza i democristiani erano in affanno. Solo Amintore Fanfani, che d'accordo con il suo conterraneo cardinal Benelli aveva tentato il colpo di dadi del referendum, tenne alto il vessillo della crociata. A Caprese Michelangelo, alla fine della campagna, volle personalmente inaugurare un blocco scultoreo dedicato «dai figli riconoscenti ai genitori uniti». Ma il numero più formidabile, così come lo ricostruisce Giorgio Galli nella sua biografia Fanfani (Feltrinelli, 1975) e ancora di più una pubblicazione semi-anonima (Aretino 75, Lo stile del Professore, Sugarco, 1975), il segretario della Dc lo fece in un cinema di Caltanissetta: «Se il divorzio passerà - ebbe a minacciare - in Italia sarà persino possibile il matrimonio tra omosessuali. Vi piacerebbe, gentili ascoltatori - proseguì roteando gli occhi, l'indice puntato su quella platea quasi interamente maschile - vi piacerebbe se vostra moglie vi lasciasse per sposarsi con la moglie del vostro amico, o magari per scappare con la donna di servizio, o con una fanciulla desiderosa di apprendere? Pensateci».

La triplice opzione saffico-fanfaniana fece il giro d'Italia. Anche se forse, a distanza di trent'anni, occorre l'onestà di riconoscere che a suo modo Fanfani aveva visto lungo: di matrimonio fra gay oggi si parla, eccome. Gli altri dc risultarono assai meno profetici, restando convenientemente acquattati. Andreotti distratto dalle incombenze della Difesa; Moro defilato alla Farnesina; Rumor come al solito laceratissimo a Palazzo Chigi. Chissà chi, fra loro, pronunciò quella cinica e strepitosa battuta a pochi giorni dal 12 maggio 1974: «Se perdiamo, siamo perdenti. Ma se vinciamo, siamo perduti». Persero, dunque. E cioè vinsero. O meglio: i democristiani resistettero un'altra ventina d'anni. In che modo è qualcosa che con questo anniversario c'entra poco e c'entra tanto, a secondo di come si giudica il presente.

Data: 
Venerdì, 7 May, 2004
Autore: 
Fonte: 
La Stampa
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