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Iraq, i ricatti e la sfida

Testo: 


di Gianfranco Dell'Alba

Il drammatico crescendo di terrore in Iraq (e fuori dall'Iraq) conferma l'esigenza, per le forze della coalizione, di coinvolgere il massimo numero di governi tra quelli tuttora alla finestra come unica risposta credibile allo stillicidio di minacce e ritorsioni terroristiche, tese a destabilizzare l'opinione pubblica dei paesi coinvolti ed eroderne il sostegno. Bene ha fatto quindi ieri il nostro ministro degli Esteri a cogliere il cuore del problema, proponendo un passo avanti verso il multilateralismo, anziché il passo indietro del governo Zapatero, e positivi sono i tentativi di implicare attivamente i paesi della regione come l'Iran (per quanto sulfureo), il cui coinvolgimento rimuoverebbe finalmente l'alibi di un'ingerenza tutta occidentale.

Quanto più infatti la gestione della sicurezza pubblica sfugge di mano, degenerando in un'anarchia che fa il gioco delle più improbabili milizie improvvisate, tanto più si impone il dovere di ridefinire la strategia radicandola nel tessuto locale, di promuovere e tessere relazioni con la società civile araba finora troppo esclusa dai disegni americani e verso la quale soltanto si ha il dovere di una ricostruzione responsabile e di interloquire, se di liberazione si tratta. Non si illudano però coloro cui l'accenno di Frattini al recupero dell'Onu ha rincuorato gli animi: un subentro delle Nazioni Unite non meramente accessorio bensì strutturalmente politico, oltre a non essere garanzia di reale pacificazione (i precedenti insegnano), si profila alquanto improbabile nell'attuale scenario di responsabilità condivise, e sebbene un'amministrazione fiduciaria Onu sia stata fin dall'origine la nostra inascoltata proposta, è con altre opzioni che ci si deve confrontare ora.

Ai colpi bassi dei rapimenti indifferenziati, ma dall'inequivocabile significato, non possono che giovare gli annunci di ritiro come quello Kazako, ed è anche a scongiuro di un affievolimento della coalizione che si attendono da Washington le garanzie di un piano post-Saddam più coraggioso, produttivo e partecipato in cui l'Italia si esponga senza le recenti e mai sopite remore. Durante la nostra visita a Baghdad e Nassirya il mese scorso infatti, gli incontri con i gruppi di donne, le ong locali e i vari rappresentanti della popolazione che da noi attendono un reale impulso alla rinascita della società civile sfiancata da decenni di dittatura, ci hanno rafforzato nella convinzione che sarebbe irresponsabile abbandonare il popolo iracheno alle derive etniche e fondamentaliste.

Data: 
Venerdì, 16 April, 2004
Autore: 
Fonte: 
L´Opinione
Stampa e regime: 
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