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Gandhi, meglio violenti che codardi

Testo: 

FILOSOFIA. IL «TIT FOR TAT» DELLA DISUBBIDIENZA CIVILE
Sorprese del satyagraha, il fine non giustifica i mezzi ma i mezzi prefigurano i fini

Se l'affermazione fondamentale della politica moderna occidentale, «il fine giustifica i mezzi», è un'invenzione del fondatore della Compagnia di Gesù Ignazio di Loyola, colui a cui normalmente si fa risalire l'origine della massima non era però meno astuto del suo alter ego gesuita.
Nel capitolo ventisei del primo libro dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Machiavelli costringe infatti i propri lettori a pensare quasi subliminalmente una bestemmia. Machiavelli scrive di re Davide (secondo i Vangeli antenato di Gesù) e spiega che, allo scopo di fondare e stabilire uno Stato, occorrono «modi crudelissimi o nemici d'ogni vivere non solamente cristiano, ma umano»; re Davide, infatti, emanò un provvedimento per fare i poveri ricchi e i ricchi poveri e per spiegarlo Machiavelli impiega forse l'unica citazione dal Nuovo Testamento che si ritrova sia nel Principe che nei Discorsi: «[Dio] ha colmato di beni gli affamati e ha rimandato i ricchi a mani vuote» (dal Magnificat di Maria, Luca I, 53). In altre parole, Machiavelli applica al tiranno Davide un'espressione che Maria applica a Dio e la conclusione del suo ragionamento non può essere che la seguente: Dio è un tiranno. Machiavelli dissimula una bestemmia e costringe il proprio lettore, che diventa in questo modo suo complice, a pensare la bestemmia per proprio conto. Machiavelli nasconde quindi la verità e su procedimenti simili innalza l'edificio che inaugura la filosofia politica moderna. Da Machiavelli (e Ignazio di Loyola), passando per Hegel e alla concezione secondo cui ciò che è vero è identico a ciò che è vittorioso, si arriva quindi fino a Carl Schmitt, con l'idea, banalmente ripetuta, del politico come distinzione tra amico e nemico.
Tutt'altra cosa è invece capitata in India, con Gandhi. Nell'ultimo libro di Mark Juergensmeyer, direttore del Dipartimento di Studi globali dell'Università della California, Come Gandhi - un metodo per risolvere i conflitti (Laterza, traduzione di Fabio Galimberti), il pensiero (e, soprattutto, l'esempio) di Gandhi viene descritto come l'alternativa più forte alla tradizione politica occidentale.
In Gandhi, tutto quello che era di Machiavelli si rovescia. Come anche si ribaltano le concezioni di coloro che, opponendosi a Machiavelli, hanno finito con accettarne le premesse di fondo. Se infatti all'elogio della guerra si pensa di poter opporre l'elogio della pace, Gandhi ribalta ancora una volta i piani e, da nonviolento, arriva a scrivere: «Credo che nel caso in cui l'unica scelta possibile fosse tra la codardia e la violenza, io consiglierei la violenza». Per Juergensmeyer le premesse di fondo di questo ragionamento si trovano alla base della teoria politica di Gandhi, il satyagraha, la forza della verità. Scrive Juergensmeyer: «Dietro a ogni conflitto c'è un altro scontro, più profondo: un confronto tra due punti di vista entrambi, in qualche misura, veri? per Gandhi ogni battaglia era in qualche modo una battaglia tra due diversi "angoli di visuale" che illuminano la stessa verità» al punto che rinunciare alla battaglia significava per Gandhi rinunciare alla verità.
Ora, certo, per un pronipote di Machiavelli «verità» è senz'altro una parola impegnativa, praticamente inutilizzabile. Ma secondo quanto sostiene Juergensmeyer per diventare gandhiani non è necessario avere l'India facile perché basta accettare alcuni principi fondamentali (d'altronde condivisi anche dai pacifisti) come credere nei diritti umani, essere contrari al relativismo morale, voler fare la cosa giusta anche quando non si è tenuti a compierla, ecc., e rifiutare la logica di causa e effetto con cui normalmente si pensa siano relazionati i mezzi e i fini. Se infatti per Ignazio di Loyola e per Machiavelli il fine giustifica i mezzi, secondo Gandhi capita piuttosto il contrario e sono i mezzi a prefigurare i fini o, meglio ancora, sono i mezzi che finiscono con l'identificarsi con i fini e sono i fini a diventare la stessa cosa dei mezzi. Scrive Juergensmeyer: «Gandhi considerava questi due fattori legati fra loro non secondo il meccanismo di causa ed effetto, come facciamo di solito noi; Gandhi lo vedeva come un rapporto idraulico, con l'uno che fluisce naturalmente sull'altro. Adoperava anche una metafora biologica, descrivendo la connessione tra mezzi e fini come quella tra un seme e l'albero che emerge naturalmente da esso».
Tutto questo, naturalmente, porta Gandhi a interrogarsi continuamente sull'efficacia e sull'opportunità dei mezzi (e quindi dei fini) concreti dell'azione nonviolenta. Così, la disobbedienza civile, lo sciopero e la non collaborazione non devono mai trasformarsi in occasione di violenza e di predominio. Al contrario, per Gandhi, l'azione nonviolenta deve far emergere la volontà dell'avversario incitandolo, ad esempio, a seguire la stessa legge che si è voluto dare oppure invitandolo a considerare una posizione diversa dalla propria e, probabilmente, più vantaggiosa per entrambi i contendenti. Per un apparente paradosso, il satyagraha finisce quindi col cercare la cooperazione del proprio avversario e ad assomigliare a una delle teorie politiche più significative di questi ultimi anni: il Tit for Tat del politologo americano Robert Axelrod. Axelrod ha mostrato come, una volta compresi i meccanismi strutturali di ogni conflitto, la soluzione migliore per gli avversari, ancor meglio della vittoria dell'uno sull'altro, sia sempre quella della cooperazione reciproca. Con una differenza, però, anch'essa gandhiana: nel caso in cui uno dei due contendenti decidesse di cambiare improvvisamente atteggiamento, occorrerebbe, per ripristinare la pace, mutare immediatamente posizione e rispondere, questa volta senza esitazione, colpo su colpo, Tit for Tat.

Data: 
Martedì, 23 March, 2004
Autore: 
Fonte: 
IL RIFORMISTA
Stampa e regime: 
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