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E' ora di dire: tutti in Iraq

Testo: 


«Una sconfitta di Aznar sarebbe una vittoria per Al Qaeda, enormemente facilitata e amplificata dalla condotta del premier che ha fatto di tutto per occultare la verità ai cittadini», ha scritto qualche giorno fa Barbara Spinelli. E Angelo Panebianco: «C'è il rischio che l'Europa democratica, come fece nel '38 a Monaco nei riguardi di Hitler, commetta di nuovo l'errore di mandare messaggi di arrendevolezza».

Con tutto il rispetto per i cittadini spagnoli che piangono i loro morti e hanno onorato le urne, condivido. Politicamente, si tratta proprio di una vittoria di Al Qaeda, che infatti così la vive e la diffonde, sui siti e sulle televisioni arabe proclamando (a torto o a ragione), e in modo neanche troppo subliminale: «Abbiamo vinto».
Molti, in Europa, hanno continuato a pensare che il terrorismo fosse quasi esclusivamente un problema tra arabi e americani, i quali in qualche modo «se lo sono anche meritato». E invece è arrivata la prova lampante che Al Qaeda rappresenta una minaccia reale anche per noi, perché è un'organizzazione che agisce su scala globale secondo un'agenda politica neanche segreta, ma ormai patente, sbandierata, annunciata, predicata. Le rivelazioni di Magdi Allam sul Corriere della Sera ne sono una fedele testimonianza. E chiunque pensi che si tratta «di quattro beduini», oppure che si è piu sicuri stando o tornando a casa, cheti in un cantuccio, è - nella migliore delle ipotesi - un ingenuo, o comunque qualcuno che non ha chiara la posta in gioco nel drammatico scontro in corso. Basta l'elenco delle carneficine degli ultimi due anni (New York, Bali, Istanbul, Riad, Casablanca, Bagdad, Nassiriya, Kerbala, Madrid) che si aggiungono alle precedenti (Nairobi, Dar Es Salam, etc) per averne la dimensione. Né conforta la lista degli errori veri o presunti commessi dall'uno o dall'altro protagonista della vicenda nei mesi scorsi. Il problema è: adesso che fare? Fare i bagagli? Abbandonando cioè un'altra volta gli iracheni ad una violenta guerra civile, con ripercussioni neppure immaginabili in tutta la zona, e non solo. +

E sarebbe davvero opportuno imparare a tener presente che non siamo gli unici protagonisti e arbitri del mondo, e che ogni nostra parola viene tradotta, ascoltata, interpretata e ripetuta ora dopo ora a 220 milioni di ascoltatori arabi o musulmani.
Involontariamente - ne sono sicura - Francesco Rutelli, Piero Fassino e altri leader della sinistra hanno detto: «La nostra linea è quella di Zapatero», senza forse rendersi conto di come questo sciagurato titolo può essere interpretato e letto dagli stessi terroristi. Ma, se ci pensiamo, non è certo difficile indovinarlo: qualche attentato in più, ed è fatta. E non è impossibile immaginare dove e contro chi: organizzazioni internazionali o regionali, cittadini o militari, arabi o americani o europei di Stati o governi scelti con grande oculatezza tattica e «politica», appunto per terrorizzarli, per terrorizzarci, rendendoci prigionieri ed ostaggi delle ambizioni politiche degli «Al Qaeda».

Per questo, un impegno elettorale del candidato socialista alla guida della Spagna, inaspettatamente convertitosi in programma di governo, non può essere la parola d'ordine che rischia effettivamente di fare il gioco della direzione strategica di Al Qaeda. Non siamo tutti Zapateros. Non dobbiamo esserlo. Né siamo o possiamo essere (o sembrare essere) agli ordini di Bin Laden, assecondandone l'esplicita agenda politica. Da radicale, sin dall'inizio mi sono e ci siamo battuti perché l'Onu assumesse un ruolo nella vicenda irachena, e perché si scongiurasse il passaggio alla fase bellica dell'intervento militare anche giocando una carta, quella dell'esilio del dittatore, altrove rivelatasi concreta e ragionevole (penso al caso liberiano). E a maggior ragione, con il nostro progetto di Organizzazione Mondiale della Democrazia, pensiamo a una riforma delle Nazioni Unite che faccia tornare a vivere lo spirito e la lettera della carta fondativa dell'Onu. Ma oggi occorre dire con molta chiarezza che, dopo le divisioni al Consiglio di sicurezza, e dopo la strage dei piu alti funzionari Onu a Bagdad, qualunque richiamo all'Onu rischia di essere un puro escamotage, se non è accompagnato da un altrettanto forte richiamo ai Paesi che continuano a stare alla finestra e agli stessi Stati arabi, affinché si decidano ad assumere responsabilità chiare, pesanti, serie. Insomma: al contrario, degli Zapateros la risposta adeguata dovrebbe essere «tutti a Bagdad», tutti determinati ad assumere responsabilità vere contro il terrorismo: solo così avrebbe senso e concretezza invocare l'Onu, e/o la Nato, quali espressioni, appunto, di responsabilità condivisa e non del noto «armiamoci e partite». A meno di pensare che tutto debba sempre, avvenire, per noi, a costo quasi zero. Cioè - è bene ricordarlo - a spese di altri.

di EMMA BONINO

Data: 
Giovedì, 18 March, 2004
Autore: 
Fonte: 
Il Corriere della Sera
Stampa e regime: 
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