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Sciascia, tre breviari

Testo: 

di Gualtiero Vecellio

Ci sono dei libri che bisogna riporre sul comodino: si vorrebbe dire libri-breviario, non s'avesse orrore di tutto quel che sa di clericale. Definiamoli allora libri-baedeker, anche se - è sottinteso - sono assai più utili e preziosi di una guida. Sono quei non troppo frequenti libri che mettono il lettore in pace con se stesso. Può capire - e di ragioni non ne mancano - di coricarsi inquieti, perché non sempre è sufficiente esser consapevoli che si è fatto quel che si deve e accada pur quel che può; oppure ci si sveglia di imprecisato malumore, o peggio: nel mezzo della notte, e preda a qualche mentale malessere. Confortano quei libri sul comodino: una pagina di lettura, un efficace contravveleno contro le meschinità e le imbecillità che tocca subire e patire.
Tre libri si guadagnano questa speciale collocazione. Tre libri che parlano dello stesso autore, che non si finirà mai di rimpiangere e non ameremo mai troppo, Leonardo Sciascia: "Leonardo Sciascia, deputato radicale 1979-1983", si intitola il primo, pubblicato da Kaos editore; "Saremo perduti senza la verità" e "La stagione romanesca di Leonardo Sciascia", gli altri due, entrambi pubblicati da "La Vita Felice" e curati dalla "Associazione degli amici di Leonardo Sciascia". Due libri politici, il terzo più squisitamente letterario. Sempre ammesso (ma non concesso) che simili distinzioni si possano effettuare. E' stato lo stesso Sciascia a ricordarci che si era sempre occupato di politica: "e sempre nel senso etico. Qualcuno dirà che questa è la mia confusione o il mio errore: voler scambiare la politica con l'etica. Ma sarebbe una ben salutare confusione e un bel felice errore se gli italiani vi cadessero".
Dichiarazione rilasciata nel maggio del 1979, all'indomani della decisione - per tanti sorprendente - di candidarsi nelle liste del Partito Radicale. Non a caso Sciascia poi aggiungeva: "Mi sono deciso improvvisamente a testimoniare questa confusione e questo errore nel modo più esplicito e diretto del far politica, e col partito che meglio degli altri, e forse unicamente, lo consente". Un'affermazione che introduce al primo dei tre libri di cui si raccomanda la lettura: "Leonardo Sciascia, deputato radicale 1979-1983", a cura di Lanfranco Palazzolo (Kaos editore, pagg.262, 15 euro).
C'è una tendenza, piuttosto consolidata (e, aggiungiamo, interessata) a separare lo Sciascia letterato dallo Sciascia "civile" e "politico". La successiva operazione poi è quella di esaltare lo Sciascia letterato, e mortificare, annullare lo Sciascia "civile" e "politico"; o, in via subordinata, manipolarlo. Lo si inchioda, per esempio, ancora a una affermazione che lui mai condivise e fu sua: quella che lo voleva equamente "né con lo Stato, né con le Brigate Rosse".
Chi appena conosce i libri di Sciascia, da "Il Giorno della civetta" a "l'Affaire Moro" sa bene quanto sia arbitrario e indebito il tentativo di scindere qualità letteraria, convinzioni ideali e passione civile di Sciascia: inscindibili in tutto il complesso della sua opera.
Palazzolo meritevolmente raccoglie gli interventi parlamentari di Sciascia, i discorsi, i "preamboli" alle proposte di legge, le interrogazioni; e poi attinge all'enorme archivio della "Radio Radicale" e vi attinge interviste e interventi: come i pregnanti "appelli" lanciati nei giorni del rapimento del giudice Giovanni D'Urso, lungamente sequestrato dalle Brigate Rosse. "Materiali" già pubblicati, qua e là: nell'agosto del 1983 la rivista "Euros" di Vittorio Nisticò, ha pubblicato uno "speciale documenti" curato da Orazio Barrese e Jole Calapso con gli interventi parlamentari di Sciascia (più contributi di Vincenzo Consolo, Alfonso Madeo, Igor Man, Fernando Savater).
I tre appelli alle Brigate Rosse durante il caso D'Urso sono stati pubblicati, assieme a una ricchissima documentazione su quella vicenda, nel libro "La pelle del D'Urso" (edizioni Radio Radicale). Ma si tratta di pubblicazioni da tempo esaurite; e comunque per la prima volta, per merito di Palazzolo, abbiamo una ricchissima e preziosa documentazione non frammentata, ma presentata nella sua interezza, un corpo unico. Documenti che Palazzolo ha "cucito" con un accurato e non meno prezioso apparato di note e introduzioni.
Dalla mafia all'ordine pubblico, dal delitto Moro alla quotidiana attività politica.
Lo Sciascia "politico" è amaro, caustico, ironico, disincantato, partecipe. Come annota Palazzolo nella nota introduttiva: "Sono pochi gli intellettuali italiani eletti in Parlamento che hanno lasciato una traccia significativa negli archivi delle Camere, e Leonardo Sciascia è uno di essi. Lo scrittore siciliano, forse più di tutti, ha consegnato alla storia italiana una riflessione profonda sulla crisi politica vissuta dal nostro paese tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta, testimonianza di un impegno che altri intellettuali hanno preferito eludere".
Si può così agevolmente passare al secondo volume, "Saremo perduti senza la verità" (La Vita Felice, pagg. 344, euro 16). Se il libro di Palazzolo prende in esame e propone gli interventi parlamentari, questo secondo volume allarga il suo orizzonte: sul filo di una quantità di scritti sparsi, interviste, dichiarazioni (e, anche qui, di interventi parlamentari, ma solo di alcuni), si traccia il percorso di un intellettuale coraggioso, dotato di grande e non comune rigore morale e civile. "A me, fare polemiche piace, non per niente mi sono formato sui testi di Voltaire, ma spesso me lo vieto. Dovessi seguire il primo istinto, di polemiche ne farei più spesso", ha detto Sciascia nel corso di una lunga intervista a "Mondoperaio" nel dicembre del 1978.
In effetti, nel corso della sua vita, Sciascia si è trovato coinvolto e al centro di molte polemiche: mafia e antimafia, il terrorismo, il Partito Comunista, la sinistra, il Partito Radicale, la Democrazia Cristiana, la politica in generale; il fascismo, la Resistenza, la concezione dello Stato, la Sicilia, la chiesa, Aldo Moro, Giulio Andreotti, Renato Guttuso, Eugenio Scalfari, gli intellettuali e la cultura; la verità e la menzogna?E' un libro, insomma, che parla di "argomenti veri", quegli argomenti, ricordava Francesco Acri, che non si riassumono, e che sono come le pose di Socrate, i suoi atti: quel trarre a sé le gambe per grattarle dov'era impressa la pressura della catena. Si indaga sullo Sciascia intellettuale non organico, e se ne ricava l'immagine di un uomo che è stato giustamente definito il maggiore scrittore della periferia di Palermo, l'Italia.
Ha scritto Nicola Chiaromonte (cui dobbiamo una delle più belle riviste apparse nell'Italia del dopoguerra, "Tempo Presente", diretta assieme a Ignazio Silone), che "l'intellettuale non rappresenta nulla se non rappresenta l'individuo e la sua libertà, se non mantiene a qualunque costo il principio stesso dell'individualità, il diritto al dubbio e alla critica, il senso del vero e del falso, il rifiuto delle ?menzogne utili'. In questo, la sua funzione è eminentemente sociale, eminentemente solidale dei diritti di ognuno, e dei più umili, cioè dei più silenziosi e più facilmente ingannabili". Ecco: questo è lo Sciascia che emerge da "Saremo perduti senza la verità".
Terzo volume: "La stagione romanesca di Leonardo Sciascia, fra Pasolini e Dell'Arco", di Francesco Onorati (La Vita Felice, pagg. 182, euro 18). Occorre andare fare un passo indietro di mezzo secolo, ormai. Racconta Sciascia: "Nel 1950 pubblicai presso l'editore Bardi, l'editore di Adriano Tilgher, un libricino di favole, 200 al massimo. Pier Paolo Pasolini ne scrisse in modo lusinghiero. Diventammo amici. Nel 1953 gli chiesi di scrivere la ?premessa' ad una mia antologia, "Il fiore della poesia romanesca", edita da Salvatore Sciascia a Caltanissetta. In quel momento avevamo un grande interesse, entrambi, alla poesia dialettale e popolare".
Un periodo della formazione e dell'attività, della produzione di Sciascia poco o nulla indagato, "inedito" si vorrebbe dire; e dunque puntuale e prezioso lo studio di Onorati. Colma una lacuna e tutti noi "fanatici" dello scrittore di Racalmuto non possiamo che essergli grati per questo lavoro paziente, accurato, completo. Qui vien comodo saccheggiare l' "avvertenza" che Onorati ha posto a mo' di introduzione del suo lavoro. Onorati spiega di aver avuto la possibilità di consultare e studiare il vasto archivio di Mario Dell'Arco, che "rivela una straordinaria ricchezza di relazioni interpersonali fra il poeta e tutta o quasi l'intellighenzia del suo tempo, che copre grosso modo la seconda metà del Novecento.
A partire dalle recensioni entusiastiche che Antonio Baldini e Pietro Paolo Trompeo dedicarono nel 1946 alla sua prima raccolta poetica, si avviò per Dell'Arco una stagione di grande e pressoché unanime consenso critico; ma al riconoscimento del suo valore artistico va aggiunta la positiva valutazione per l'impegno che egli ha profuso nella valorizzazione dei dialetti italiani. E' intorno a questi due nuclei che egli ha saputo coinvolgere Sciascia e Pasolini, facendoli collaborare alle sue riviste, proiettandoli nel milieu delle sue conoscenze del mondo artistico-letterario, e - come nel caso di Sciascia - svolgendo un ruolo promozionale e tecnico decisivo nella pubblicazione delle sue prime opere".
I legami, i "fili" che uniscono Sciascia a Dell'Arco sono ben individuati e "descritti" da Pasolini in un ormai ingiallito articolo pubblicato su "La libertà d'Italia", del maggio 1951, "Dittatura in fiaba", la recensione appunto di cui fa cenno Sciascia: "?Citato Trilussa, non dimenticheremo le favole ?inutili' di un altro romanesco, Dell'Arco, che quasi conducendo a termine il processo di poetizzazione, compiuto inconsapevolmente dal ginnasiale e a ragion veduta dal critico, ha fatto parlare animali e cose senza altro contenuto, satirico o moraleggiante, che non fosse il fantasma, il ricordo estetico di se stesso? Anche Sciascia è sulla stessa strada: egli ha depurato il suo contenuto fino a farne uno squisito pretesto di fantasia?"; e sono ottimamente scandagliati nel terzo capitolo del suo libro, "Caro Leonardo, caro Mario".
I frutti di questo eccezionale cenacolo, spiega Onorati, vengono per la prima volta presentati in modo organico: "E' infatti alla documentazione che affido la priorità nell'illustrare la stagione romanesca di Sciascia; l'utilizzo delle lettere di Dell'Arco, reso possibile dagli eredi, e la presa visione di quelle di Sciascia, hanno aperto altre piste, com'è tipico di queste ricerche. E' un modo per restituire attualità a tante lucide e fini pagine di un autore che con il suo impegno civile e con la sua opera ci ha ammonito a non dimenticare. Noi qui vogliamo far memoria dello Sciascia ?romanesco'". Meglio non si sarebbe potuto dire.

Data: 
Venerdì, 27 February, 2004
Autore: 
Fonte: 
L´OPINIONE
Stampa e regime: 
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