You are here

Strasburgo, il vuoto liberal-radicale

Data: 
Giovedì, 12 February, 2004
Testo: 

di William Longhi

La sinistra della sinistra è pronta a scendere in campo. A Berlino, alcune settimane fa, è stato infatti battezzato il nuovo partito di chi non si riconosce nelle formazioni di centrosinistra, più o meno socialdemocratiche. È nato l'European Left Party, con un'identità specifica e una strategia di fondo che consentono a soggetti diversi di sentirsi uniti da un solo statuto e un unico programma. Giustizia sociale e pacifismo, no global e new global, movimentismo e anticapitalismo, tutto su scala internazionale. Per chi non si accontenta dell'Ulivo c'è dunque una casa già pronta. La destra della sinistra, d'altro canto, soffre un po' di più.
Tra improbabili liste personalistiche, girotondini in ordine sparso, storici e filosofi un po' permalosi in libera uscita, gli ulivisti di ogni appartenenza avranno comunque una loro lista di riferimento. Non unica, ma unitaria. Eppure è già tanto. Soprattutto considerando che nella CdL non nascerà neanche una lista unitaria. Tutti contro tutti. Uniti, con gradi sfumati di lealtà, dal berlusconismo. C'è chi pratica questa fede in modo ortodosso, chi lo fa in modo più critico. Ma in ogni caso chi si riconosce nel versante cattolico conservatore ha senz'altro anch'egli un tetto più che decente. O più tetti tra cui scegliere.
A destra, d'altro canto, il Ppe è già da tempo la casa comune di democristiani, cattolici liberali e conservatori di ogni tipo. Forse alla sua destra potrebbe nascere qualcosa di simile ad un raggruppamento di forze populiste-localiste su base regionale ed etnica, unite dall'insofferenza per l'Europa. Tutti sono comunque pronti alla sfida di giugno 2004: le elezioni europee. Le prime con 25 nazioni. Beh, proprio tutti, no. I liberali, ad esempio, quelli no. In Italia come in Europa. Il pronostico più facile è la graduale scomparsa per assimilazione centrifuga. E l'evanescenza e la natura variegata dell'identità politica e culturale di chi siede tra i banchi del gruppo liberaldemocratico a Strasburgo sono lì a testimoniare un suicidio in corso.
L'Eldr oggigiorno, come partito e come gruppo, è forse quanto di più arlecchinesco ci sia nel parlamento europeo. E non basteranno ulteriori aggiornamenti del manifesto di Oxford a tutelarne l'unità di fronte all'emergere di due tristi fenomeni: da un lato la continua integrazione di una variante comoda e bastarda del liberalismo da parte di sinistra e destra, nella continua corsa alla modernizzazione delle loro idee; dall'altro, la rinuncia preventiva alla difesa dei principi di fondo nell'ispirazione dell'azione liberale da parte dell'Eldr, pur di soddisfare la necessità quantitativa di avere un gruppo che pesi nelle scelte dell'europarlamento.
Su questa scia Graham Watson, attuale capogruppo Eldr, sembra si stia prodigando non poco per partecipare al progetto Prodi che dovrebbe vedere un nuovo nato nell'assemblea di Strasburgo, e cioè un partito centrista, cattolico democratico, con qualche sbiadita venatura liberale e laica. La partecipazione a questo cantiere vedrebbe di fatto scomparire i liberali in Europa così come li conosciamo attualmente, per favorire una ricomposizione destinata a vedere, prima o poi, l'emersione di un partito democratico europeo, a dominanza quantitativa socialdemocratica, e con guida ideologica liberalsocialista e terzista a la Giddens.
Pare che i libdems anglosassoni sarebbero volentieri della partita, e ciò non stupisce data la loro ispirazione liberale, per così dire, più continentale. Si tratta di una prospettiva ormai assai concreta. Per questo a chi si sente liberale non restano più molte alternative. Si può rinunciare di fatto a qualunque ambizione in termini di rappresentanza, concentrando le energie su singoli temi, e diffondendo le idee con think tank, associazioni, convegni e pubblicazioni. Si può scegliere di rappresentare le idee liberali all'interno di uno qualunque dei due schieramenti, rinunciando alla creazione di una casa comune; è un'alternativa praticata in massa dai liberali del vecchio Pli, la cui diaspora parla di impotenza e rassegnazione.
Oppure si decide finalmente di creare un nuovo partito del liberalismo post-moderno, in Italia e in Europa. Dopo il convegno del 7-8 dicembre del 2003 organizzato dai radicali a Bruxelles, la creazione di un nuovo soggetto politico di livello europeo sembrava un tema di interesse generale per il mondo radicale e non solo. Si era parlato di un Partito Radicale Liberale Europeo, che respingeva la forma federativa e burocratica degli altri partiti europei, per assumere la natura di autentico partito aperto alle adesioni dei singoli cittadini. A più di un mese da quel convegno non si è saputo più nulla. Non ne è uscito un bel niente. È forse ancora presto? Non si direbbe.
Dando un'occhiata al forum dei radicali, i threads dedicati al nuovo partito sono sistematicamente ignorati. E sul sito non c'è niente, non un solo timidissimo link che ricordi un obiettivo simile, o qualcosa in cantiere. Nulla. Ma perché meravigliarsi?Ai radicali, in fondo, di avere una finestra nei parlamenti non è mai interessato granché. Avvezzi alla politica fuori dalle istituzioni, si compiacciono evidentemente di quella che ormai appare, dopo il grande successo del 1999, come una specie di masochistica autoesclusione dai meccanismi ordinari della democrazia rappresentativa, per poter forse combattere singole battaglie su problemi critici, non senza ammantarsi sistematicamente di vittimismo cronico.
La continua indifferenza dei radicali pannelliani alle politiche locali e alle elezioni amministrative testimonia d'altro canto la riluttanza dei radicali storici e dei loro epigoni, opportunamente clonati, ad occuparsi di politica spicciola, per poter ragionare solo di grandi idee su scala nazionale e internazionale. Spesso con risultati di rilievo, bisogna ammetterlo. Ma fa comunque rabbia vedere la competenza e la passione di cui è capace anche l'ultimo dei militanti radicali, incanalate spesso verso battaglie di dubbio realismo, a cominciare dai referendum a pioggia della seconda metà degli anni novanta.
Al polo opposto dei radicali vi è un arcipelago di organizzazioni di dimensioni minime, associazioni e movimenti e circoli che in modo diverso tentano ogni volta che possono l'avventura delle elezioni negli enti locali, forti nell'animo dell'esperienza vittoriosa dei libdems anglosassoni, capaci di riconquistare il consenso popolare proprio a cominciare dalle amministrative. Manca a questo arcipelago una capacità unitaria e una leadership che consenta a chi ne fa parte di presentarsi anche ad elezioni nazionali, o combattere su questioni varie a livello di politica nazionale e internazionale, come invece fanno in maniera culturalmente ineccepibile, ma politicamente monotematica, i radicali. Radicali e liberali sparsi non comunicano, o quantomeno non lo fanno a sufficienza.
Eppure quest'anno ci sarebbe l'occasione da non perdere. Amministrative ed europee rappresentano la possibilità per avere finalmente in Italia ciò che non si è di fatto mai visto: un partito radicale liberale presente in entrambe le competizioni. I radicali sono maestri nella selezione delle questioni che rendono l'Italia e l'Europa un terreno ancora tutto da conquistare in materia di liberalizzazioni e diritti civili. Ma non amano la dimensione localistica. È questa l'occasione giusta, forse, per far ricongiungere queste due anime pulsanti del liberalismo radicale e moderato italiano. Da posizione pienamente indipendente dai due poli italiani ed europei di destra e sinistra.
Questo nuovo polo del liberalismo italiano potrebbe fornire lo spunto ideale per raccogliere in Europa le forze e i cittadini pronti a dare vita ad un soggetto nuovo. Se a farlo fossero solo i radicali, bisogna ammetterlo, sarebbe alto il sospetto che a guidare il progetto vi sia più la voglia di un dispetto all'Eldr che non li accolse quando ne fecero richiesta, che non una sincera volontà di fare un nuovo passo per crescere in modo durevole. E l'Europa ha bisogno di un partito liberale radicale. Il liberalismo per non essere debole, confuso, evanescente e misero come quello dell'Eldr attuale deve tornare alle sue radici classiche. Ed assumere di conseguenza una posizione terza nelle istituzioni su diritti civili e libertà economiche.
Il terzismo liberale non può che risolversi in una differenza culturale e politica netta da catto-socialisti e cristiano-conservatori. E pretende una sua rappresentanza autentica, nei comuni come in Europa. Mancando quest'occasione, non resterà che scegliere il tetto che ci mette meno a disagio, secondo insindacabili gusti personali, e votare a l'immancabile, periodico, referendum radicale. Mettendo la parola fine a qualunque velleità partitica.

Autore: 
Fonte: 
L´OPINIONE
Stampa e regime: 
Condividi/salva