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LA FRAGILITÀ SVELATA DALL´EURO

Testo: 

di Benedetto Della Vedova e Giuliano Cazzola

La questione dell'euro sarà uno dei pezzi forti della campagna per l'elezione del Parlamento europeo. Silvio Berlusconi sembrerebbe deciso ad assecondare un sentimento diffuso nell'opinione pubblica che, non riuscendo a capacitarsi di un'inflazione percepita (una definizione assunta persino dall'Istat) stabilmente pari a un multiplo di quella certificata nelle statistiche ufficiali, finisce per scaricare le proprie frustrazioni sulla moneta unica. Poiché non si tratta di una discussione accademica sull'"area monetaria ottimale", bensì di dare una valutazione su ciò che è accaduto all'economia italiana in questi ultimi anni, sarebbe meglio non farsi guidare dall'andamento del prezzo delle zucchine (sulle cui cause, in altra sede, andrebbe fatta qualche riflessione che non veda semplicemente l'euro come capro espiatorio).
La moneta unica in un'area di 300 milioni di anime - ha ragione in questo il presidente Ciampi - è un fattore indispensabile di stabilità. Sono trascorsi pochi anni da quando le diverse monete europee erano oggetto di feroci attacchi speculativi che distruggevano, in un attimo, risorse della comunità nazionale e risparmio dei cittadini. In assenza dell'euro gli italiani sarebbero costretti a finanziare, con le tasse, un elevato servizio del debito. Ma non solo: considerando il caso dei mutui dopo l'unificazione dei tassi di sconto, si scoprirebbe che i nostri concittadini pagano il 6% ( o anche meno) anziché il 12% (fanno 9mila euro in meno all'anno per un mutuo di 150mila euro, il che, ci pare, per una buona fetta di italiani, compensi gli eventuali aumenti speculativi legati al change over). Restando ai prezzi, poi, è bene riflettere le parole del Commissario Monti: "Se la moneta unica non fosse nata o il nostro paese non vi avesse aderito, l'aumento del costo della vita sarebbe stato superiore". Ciò detto, è sicuramente vero che l'ingresso della lira nella moneta unica ha comportato, come era prevedibile e da molti previsto, la crisi del "modello" di sviluppo italiano. E' ancora viva la memoria (anche il rimpianto ?) di quando era consueto il ricorso alle "svalutazioni competitive" che aprivano spazi "drogati" sui mercati internazionali, ma che portarono l'Italia sull'orlo della bancarotta, rallentarono l'abbandono dei settori produttivi più maturi e l'ammodernamento dei mercati. Qui sta il punto politicamente centrale. L'ingresso nell'euro ha consentito stabilità monetaria e disinnescato la mina dei tassi di interesse con vantaggi enormi per il nostro paese; contemporaneamente, però, ha messo in risalto i punti deboli del nostro sistema economico industriale nel momento in cui la competizione infra-europea perdeva l'ammortizzatore valutario. Se a questo aggiungiamo l'integrazione dei mercato a livello mondiale, arriviamo al vero e stringente nodo che rischia di soffocare l'economia italiana: la perdita di competitività. L'euro ha anticipato il manifestarsi di uno stato di sofferenza complessivo dell'economia italiana (che si aggiunge a quello derivante dalla stagnazione europea) che, a nostro avviso, sta provocando quel disagio e quella percezione di instabilità che in molti vorrebbero attribuire direttamente alla moneta unica. Da questo punto di vista il Governo Prodi, e quelli dell'Ulivo che lo hanno seguito, insieme al grande merito di aver realizzato l'ingresso dell'Italia nel club della moneta unica, portano la responsabilità grave di non aver accompagnato l'impegno per l'aggancio all'euro con le riforme di struttura necessarie a trovare margini di flessibilità e di competitività che "sostituissero" le svalutazioni, nascondendo agli italiani che la moneta unica doveva rappresentare non il punto di arrivo ma il punto di partenza di un processo riformatore che consentisse di affrontare la nuova situazione. Su questo punto Berlusconi avrebbe ottime ragioni per polemizzare, ma dovrebbe anche spiegare perché in questa metà legislatura troppo poco è stato fatto per recuperare il tempo perduto. Non ha molto senso, infine, aprire un fronte tanto delicato, quando non si ha in tasca alcuna risposta convincente, eccezion fatta per la proposta di emettere il biglietto da un euro al posto della moneta di vil metallo.
A coloro che, come il ministro Bossi, tuonano contro la "truffa del secolo" ad opera dei "massoni", andrebbe chiesto di individuare i presunti "beneficiari", finendo magari per trovarli in casa propria. L'Italia condivide con altri paesi europei le tensioni sui prezzi imputate all'euro, ma, soprattutto, condivide con i principali, Francia e Germania in primo luogo, una crisi economica e di "governance". Il patto di stabilità, per esempio, è ancora a bagnomaria, dopo che l'Ecofin, durante il semestre di presidenza italiana, decise, a maggioranza, di reggere il moccolo a Francia e Germania nel momento in cui esse calpestavano i vincoli del trattato di Maastricht, sfondando, nel 2003, il tetto del 3% del Pil quanto a misura del deficit di bilancio. I parametri di Maastricht sono sempre apparsi come il Grillo parlante di Pinocchio: la voce di una coscienza puntigliosa da mettere a tacere. Sui vincoli del risanamento finanziario sono piovute accuse ingiuste, come se essi fossero la causa dello stentato sviluppo di un Continente che ha smesso di crescere perché è incapace di sottoporsi a serie riforme a modifica di ordinamenti sociali insostenibili. In questa indisponibilità a cambiare stanno le ragioni delle nostre difficoltà. Comprese quelle riconducibili alla moneta unica. E' singolare che del patto di stabilità non si parli più e si preferisca fare il verso a qualche associazione di consumatori. L'Europa, a pochi mesi dall'allargamento, ha tanti difetti: è intrisa di cultura socialdemocratica, statalista e conservatrice, non riesce a capacitarsi di dover rinunciare a quei modelli di welfare pesante che tarpano le ali alla capacità di competere e alla possibilità di crescere. Ma se anche un Governo di centro-destra, come quello italiano, concorre a svuotare quei pochi capisaldi dell'innovazione e del risanamento finanziario che si concentrano nell'euro, vuol dire che il vecchio continente è condannato a seguire la sorte che gli venne preconizzata da Bill Clinton: quella di trasformarsi in un museo che impiega tutte le proprie risorse nella custodia del passato.

Data: 
Martedì, 27 January, 2004
Autore: 
Fonte: 
Il Sole 24 Ore
Stampa e regime: 
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