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Tangentopoli uno e due

Data: 
Martedì, 13 January, 2004
Testo: 

di Biagio Marzo

Si ritorna, è il caso di dire, sempre sul luogo del delitto. Mai una frase è stata così profetica. Non bastava Tangentopoli d'antan, adesso, sta andando, come dire, in scena una sua nuova versione. I casi Cirio, Parmalat e Banca 121 hanno scoperchiato il vaso di Pandora del credito e il rapporto finanza - impresa. Come mai un sistema creditizio e bancario per sua natura così attento e scrupoloso sia potuto arrivare a tanto? Una situazione che potrebbe portare a un effetto domino, senza precedenti sul sistema Italia, e non solo. Anche perché, le cifre parlano chiaro e non fanno dormire sonni tranquilli: i prestiti delle banche, alla fine del 2003, toccavano circa 650 miliardi di euro. Per l'esattezza il 78percento del Pil italiano.
Per una analisi completa, bisogna dire che in questo ultimo decennio c'è stata une vera e propria impennata di prestiti, per via delle obbligazioni, un modo di finanziamento a cui le imprese hanno fatto ricorso spessissimo. Perché, le imprese sono in cerca di finanziamenti bancari e quando questi vengono meno fanno ricorso al mercato? Perché, le imprese non hanno liquidità sufficiente per far fronte, talaltro, alle congiunture positive o negative del mercato e all'innovazione per tenere testa alla competizione. Di qui, scaturisce l'intreccio stretto tra impresa e banche. Detto questo, c'è la truffa nei confronti dei risparmiatori che grida vendetta al cospetto di Dio.
Bastavano i casi Cirio e Banca 121, avvenuti prima del crack Parmalat, per capire che i risparmiatori sono stati truffati alla grande. Adesso i risparmiatori si devono unire per citare le banche per i danni subiti. Insomma, l'unione fa la forza, sennò resteranno con le pive nel sacco. Le banche coinvolte, quindi, dovranno, loro malgrado, essere costrette a pagare i danneggiati e i truffati. Dunque, davanti a gestioni imprenditoriali dissennate, fuori da ogni logica di politica finanziaria e industriale, e a truffe bell'e buone, Palazzo Kock ha fatto la politica dello struzzo.
Intanto, non c'è una finanza buona e una impresa cattiva, specularmente, se una è buona, anche l'altra è buona, e viceversa. I casi Cirio e Parmalat ne sono la prova provata. Tre casi, uno diverso dell'altro, in cui la realtà ha superato l'immaginazione. Una realtà di bancarotta e di truffe che hanno inferto un colpo duro alla credibilità del sistema Italia, nel mercato mondiale. Tre casi che non hanno nulla da invidiare con gli episodi del film Totò- truffa. Altro che Tangentopoli; nei tre casi di cui sopra, la quantità di denaro bruciato dei risparmiatori fa, metaforicamente, rizzare i capelli. Peraltro, non c'è paragone tra quello che si scoprì, con Mani pulite, alla fine del secolo scorso, e quello che sta venendo fuori oggi.
Non è per nulla questa considerazione una sparata alla barone Munchausen, ma la pura e semplice verità. Una tesi, quella di una nuova Tangentopoli, in verità, avvalorata anche da colui il quale è stato il massimo artefice della scoperta degli affari tra politica e impresa, l'ex Pm Antonio Di Pietro. Mentre lui vorrebbe cavalcare l'onda di Tangentopoli2 per rilanciare il tintinnio delle manette, ossia un giustizialismo di antico conio, noialtri per mettere in evidenza gli errori madornali di Mani pulite, compreso lui, che si mosse in una ottica giudiziaria ben precisa e con l'intento chiaro di colpire alcuni, lasciando gli altri a fare e disfare come loro credevano più opportuno.
Ad esempio, Carlo De Benedetti fu solo sfiorato, nonostante fosse stato più di una volta inquisito. Nel campo economico, sono successe cose dell'altro mondo, senza mai qualcuno posasse l'occhio e mettesse lingua. Per colpa di una politica debole e cattiva, il potere finanziario e quello imprenditoriale hanno fatto la voce grossa e hanno menato le danze. A ben vedere, i professionisti della politica sono stati penalizzati, invece, il personale, diciamo così, dell'economia privilegiati. Non a caso, due governatori di Bankitalia, Ciampi e Dini, sono stati Presidendenti del consiglio. Di più: Ciampi è l'attuale Capo dello Stato.
Il Cavaliere del lavoro, Silvio Berlusconi, è inquilino più prestigioso di Palazzo Chigi. E il presidente Ue, Romano Prodi, ex presidente dell'Iri, ricoprì la carica di Presidente del consiglio e vorrebbe riprendersela nel 2006, vittoria elettorale permettendo. E non finisce qui. Una pletora di imprenditori hanno scelto come seconda attività la vita politica, diventando parlamentari, presidenti di regione, sindaci di comuni e presidenti di provincia. Imitando Berlusconi hanno voluto, con la loro discesa in campo, difendere meglio i loro interessi economici. Probabilmente, hanno raggiunto i loro scopi aziendali, ma non hanno fatto l'interesse del paese - Italia.
Politicamente parlando, la stragrande maggioranza di questi non ha lasciato alcuna traccia. In effetti, non tutti gli imprenditori sono stati baciati dalla fortuna politica come Berlusconi. A ragion veduta, parlare del ritorno di Tangentopoli non è per nulla forviante, dopotutto. Oltre a Tangentopoli 1 c'è, ironia della sorte, Tangentopoli 2. Beninteso, Mani pulite si mosse per colpire il finanziamento illegale dei partiti, di conseguenza il rapporto tra politica e affari. Di questo tipo di rapporto ne erano a conoscenza tutti, proprio tutti, dal procuratore capo del più importante Palazzo di Giustizia d'Italia al cittadino più sprovveduto del più sperduto villaggio della penisola.
Il finanziamento dello Stato non bastava per far fronte al costo sempre più elevato della politica e i partiti furono costretti ad aprire un rapporto di do ut des con l'imprenditoria. Tutti i partiti, Radicali di Pannella esclusi. All'incirca dai 1000 ai 1550 miliardi di lire, pari a 500 e a 750 milioni di euro, finivano nelle casse dei partiti di maggioranza e di opposizione. Una bazzecola difronte a quello che hanno sperperato Cirio e Parmalat. Naturalmente si chiamo Tangentopoli1 e Tangentopoli2, ma non hanno nulla in comune. Va da sé che mentre i partiti avevano bisogno dei finanziamenti per fare politica, i padroni della Cirio e della Parmalat avevano i soldi dalle banche per fare i porci comodi loro, lungi, quindi, di fare impresa.
La cruda verità è che la vicenda di Tangentopoli, quella degli anni Novanta per intenderci, era semmai solo l'inizio del processo di bonifica della vita pubblica italiana e non anche la fine, come in modo precipitoso qualcuno aveva creduto. Comunque sia, la magistratura si fermò in mezzo al guado, e facendo male i suoi calcoli, pensò di essere arrivata alla sponda della terra promessa della moralità pubblica. In effetti, doveva andare avanti conseguenzialmente per riformare oltre la politica anche il capitalismo. A conti fatti, non sono state riformate né l'una né l'altro. Avendo fatto piazza pulita del pentapartito, del sistema dei partiti e arrestato qualche manager pubblico e privato, i falsi moralizzatori pensavano di aver portato in porto la loro missione riformatrice.
Per la precisione, secondo la vulgata, Tangentopoli finì con la liquidazione della Prima repubblica con annessi e connessi: sistema dei partiti e classe dirigente. Di più: fu messa una pietra tombale sopra quando Antonio Di Pietro si dimise dalla magistratura e quando arrivarono a tamburo battente le condanne a Bettino Craxi. Giustizia fatta e tutto poteva ripartire daccapo. La magistratura commise un grande errore di grammatica giudiziaria a bloccare le inchieste, perché quello che sta venendo fuori con la Cirio e la Parmalat stava tutto, pari pari, nella Tangentopoli 1. Bastava avere la conoscenza del caso Gardini, ossia del caso Montedison per capire che piega avevano preso le cose nella Cirio di Cragnotti e nella Parmalat di Tanzi, in particolare.
Il primo era stato il braccio destro di Gardini, il corsaro per antonomasia dell'imprenditoria italiana, il secondo era stato, viceversa, un conterraneo, protetto dalla politica, grazie alla quale aveva creato un impero di carta nel settore agro - alimentare. Cragnotti e Tanzi sapevano come e dove procurarsi i finanziamenti per acquistare aziende. La stragrande maggioranza di queste comprate, attraverso le privatizzazioni, le liberalizzazioni, con relative licenze dello Stato e degli Enti locali, il finanziamento "amico" di banchieri compiacenti, soprattutto al potere politico. Questo capitalismo sui generis ha avuto degli esiti drammatici: Gardini si è suicidato, Gragnotti e Tanzi, viceversa, sono falliti, alla maniera di "truffatori".
Per dovere di cronaca, nel periodo di Tangentopoli e oltre, andò avanti il processo di privatizzazione delle aziende a Ppss e di quelle degli Enti pubblici, tra cui le municipalizzate, e non sempre si rispettò il principio della trasparenza e della congruità. Per dire due casi che hanno fatto storia: la Sme e la Telecom Italia. Per non citare le privatizzazioni delle Banche dell'Iri, per esempio, il caso Comit. Vedi caso, Enrico Cuccia e Gianni Agnelli fecero la parte del leone, nella prima fase, finché funzionò la loro alleanza. A questo punto, è meglio parlare di "compradores", per dirla con Francesco Forte. Proprio i "compradores" hanno preso il posto dei "conquistadores, facendo "carne di porco" delle privatizzazioni.
I "conquistadores" erano i boiardi di stato, i " conquistadores" sono gli Agnelli, De Benedetti, Colaninno, Benetton, Riva, Cragnotti, Caltagirone? Il bello che i maggiori quotidiani e settimanali italiani fanno capo, come è risaputo, ad alcuni di cui sopra. Diciamo la verità, quando scoppiò il caso Efim si mise sotto accusa il sistema delle Ppss, oggi dovrebbe vergognarsi tutti coloro che allora vantavano l'impresa privata, osannando il capitalismo familiare, quello che per intenderci è stato sempre privo di capitali. Di fronte, ai saldi di fine stagione di un apparato industriale statale e a un sistema bancario pubblico, la magistratura ritornò a comportarsi come le tre scimmie degli antichi romanzi gialli Mondatori: non vide, non parlò e non udì. Tanto si era appagata per quello che aveva fatto con Tangentopoli 1, per non dire che era alquanto compiacente con alcuni imprenditori e banchieri.
Quest'ultimi, con la costituzione delle Fondazioni, hanno acquistato un'autonomia piena dalla politica e, a un tempo, hanno il potere di fare bello e il cattivo tempo. Nel senso che hanno dato finanziamenti a "cani e porci", a seconda se quadravano o meno i loro interessi e, nello stesso tempo, hanno avuto mani libere per fare la ristrutturazione bancaria a loro piacimento, con scambi e interscambi che sono una cosa raccapricciante, veramente raccapricciante sotto tutti gli aspetti. Per dipiù, dall'interrogatori di Tanzi si è scoperto che il presidenti dell'ex Banca di Roma oggi Capitalia, Cesare Geronzi, svolgeva pure il ruolo di sensale tra un imprenditore e l'altro.
Nel 1999, Callisto Tanzi acquistò ad altissimo prezzo Eurolat(650 miliardi di lire), vale a dire la holding del latte di proprietà di Sergio Cragnotti, fortemente indebitato con Capitalia, su sollecitazione di Cesare Geronzi. E Geronzi da chi fu sollecitato? Fu una sua iniziativa personale per rientrare dall'esposizione di Cagnotti? A maggior ragione, questo andazzo nelle banche è stato possibile, quando il potere di controllo e di vigilanza delle autorità preposte hanno abbassato la guardia e la classe politica si è messa a fare brokeraggio a buon mercato. In questa logica di intoccabile e di poter fare tutto, per via di sponde politiche e della poca attenzione di Bankitalia, la Banca 121 ha messo sul mercato prodotti finanziari, che sembravano addirittura titoli di Stato.
Dopo i casi suddetti, il Parlamento ha avviato una indagine sul rapporto banche e impresa, con l'obiettivo di cambiare le norme che lo regolano. Ma basta ciò per far ritornare al risparmiatore la fiducia nei confronti del sistema bancario? Tenuto conto che per ogni lavoratore Parmalat ci sono cinque risparmiatori che hanno investito in titoli Parmalat. Saprà il governo, guidato dall'imprenditore Berlusconi, riformare il linfatico e dissennato capitalismo italiano, che lo ha fatto diventare quello che è? E saprà la sinistra riformista abbandonare i poteri forti e stare di più con i risparmiatori, avendo avuto proprio dai poteri forti il salvacondotto per uscire sana e salva da Tangentopoli uno?

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L´OPINIONE
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