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Il paradosso dei radicali italiani

Testo: 

Il congresso all'Ergife

Parlare dei radicali, tra le nostre fila, spesso non è facile. Molti contrasti si sono incistiti, la loro opzione liberista fa a pugni con il nostro orizzonte "radicalmente" antiliberista, sulla politica estera mescolano curiosamente la nonviolenza con l'appoggio alle guerre Usa, ecc. Però, puntualmente, ci troviamo dalla stessa parte su molti punti fermi: la difesa dello stato laico, l'antiproibizionismo, i diritti civili, il garantismo mentre sui temi della bioetica sono gli unici a mantenere un'attenzione sistematica su questioni che riguardano la vita concreta delle persone. Però, c'è un altro aspetto che rende interessanti i radicali, ed è la loro pervicacia - spesso insistita - a condurre in solitaria battaglie importanti, la loro ostinazione a rimanere fuori dalla mischia - e quando hanno provato a schierarsi, con Berlusconi, si sono rotti la testa - ad agire, come dice Capezzone, da «unici copernicani in una politica tolemaica». Il punto determina anche uno strano paradosso per cui i primi, e più combattivi, sostenitori del bipolarismo bipartitico e quindi del maggioritario secco, si presentano oggi come "terzisti" puri, come partito rigidamente fuori dai poli.
Eppure, con poca fortuna.
Secondo alcuni - è il caso di un radicale come Dimitri Buffa, supercitato nell'ascoltatissima rassegna stampa mattutina di Radio Radicale per i suo articoli sull'Opinione - il limite di cui soffre il partito radicale si chiama semplicemente Marco Pannella (lo scrive in un articolo pubblicato ieri dal Riformista) che «amiamo e odiamo e di cui non possiamo più fare a meno. Ci fa sentire i primi della classe e però tarpa la possibilità di scendere in mezzo all'agone». In effetti Pannella è ormai il leader politico più longevo della politica italiana, una sorta di "Fidel Marco" capace di stramazzare l'uditorio con comizi di due o tre ore e che rappresenta il sole attorno al quale continuano a girare tutti i segretari radicali che nel corso del tempo si sono succeduti (quanti sono ormai?).
Ma forse c'è una ragione più di fondo ed è l'identità politica radicale, il loro essere "liberali, libertari e liberisti", cioè una versione illuminata del pensiero liberale che unisce alla convinta adesione ai principi basilari dell'economia di mercato una visione moderna dello stato di diritto e una linea progressista rispetto alle libertà civili. Ma questa opzione, per essere inverata, ha bisogno di una borghesia matura capace di rappresentare un soggetto di riferimento credibile. E invece la borghesia italiana si dibatte tra l'avventurismo di Berlusconi e il cattoliberalismo alla Fazio. E sembra non concedere spazio al liberalismo, libertario e liberista dei radicali. I quali non hanno uno schieramento con cui, credibilmente per la loro storia, allearsi - come sembra invece volere Benedetto della Vedova che potrebbe contendere a Capezzone la segreteria - ma non hanno la forza per rappresentare un'alternativa vincente. Forse il paradosso radicale, sta tutto in questa contraddizione.
Sa. Can.

Data: 
Sabato, 1 November, 2003
Autore: 
Fonte: 
LIBERAZIONE
Stampa e regime: 
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