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I nuovi veleni di Palermo

Testo: 


Nuovi "veleni" a palazzo di Giustizia di Palermo: secondo i boatos che sono arrivati anche a Roma, e vengono raccolte in redazioni compiacenti, si annunciano "capitoli ancora misteriosi della stagione stragista di Cosa Nostra". In estrema sintesi, si sostiene che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino "furono uccisi anche perché puntavano ai santuari finanziari e ciò disturbava ?poteri forti' politici e industriali".
Quello che si accredita e si dice è che Borsellino progettava di lavorare con il pool di Milano, "per scardinare l'asso mafia-appalti, e scoperchiare i santuari del riciclaggio nell'Italia del Nord e in Svizzera". E, si dice, ne aveva parlato più volte con Antonio Di Pietro, e anche ai funerali di Falcone, poco prima di morire anche lui ammazzato. "Paolo era convinto", rivela l'ex PM, "che vi fosse un sistema unitario, a livello nazionale di spartizione degli appalti e che questo fosse la chiave per interpretare il sistema delle tangenti".
Ecco dunque un nuovo movente dei delitti Falcone-Borsellino. Materialmente uccisi, magari, da Cosa Nostra, strumento del pool-unitario che gestiva gli appalti. Cosa Nostra, insomma, strumento di altre entità, e chissà perché si è presa questa "rogna"; e vai a sapere perché il "terzo moschettiere", cioè Di Pietro, è stato risparmiato.
Ma il bello deve ancora venire: questi nuovi spunti investigativi - che per inciso sono parte della furibonda polemica tra il procuratore di Paleremo Pietro Grasso e alcuni suoi sostituti che lo accusano di aver tenuto carte importanti chiuse nel cassetto e non averle portate a loro conoscenza - fanno parte di una inchiesta archiviata dalla procura di Caltanissetta, richiesta peraltro accolta dal GUP. Grasso è magistrato prudente, oltre che di riconosciute capacità; di Falcone davvero è stato amico e collaboratore; non tutti gli oppositori di Grasso possono dire altrettanto.
Caltanissetta archivia; le tonnellate di carte raccolte sui "mandanti occulti" sono carta straccia; carta straccia, in soldoni, è il tentativo-teorema di scrivere, per usare il titolo di una pubblicazione che ebbe una certa fortuna, "La vera storia d'Italia"; ma a Palermo un gruppo di magistrati irriducibili ritiene che vi siano "spunti investigativi interessanti". E questo che ha tutta l'aria di essere un paradosso andrebbe spiegato; ma non è il caso di farsi soverchie illusioni. L'obiettivo reale però appare chiaro, e questo tipo di "notizie" gettano nuova luce sulle recenti dichiarazioni rese da Luciano Violante.
Intanto, dal momento che la speranza è l'ultima a morire, si apprende di un qualcosa che esiste forse solo in Italia: un particolare pool investigativo, nell'ambito della Procura nazionale antimafia guidata da Pierluigi Vigna, che sta battendo a tappeto tutti i penitenziari, alla caccia di eventuali "pentiti" e collaboranti che suffraghino appunto il suddetto teorema.
Il tutto si consuma invocando il nome di Falcone; ed è soprattutto l'accusa rivolta a Grasso, che colpisce. Un film già visto.
Falcone dovette patire numerosi smacchi. In corsa per l'ufficio istruzione, il Consiglio Superiore della Magistratura gli preferì Antonino Meli, che vantava maggiore anzianità. Il "giuda" della situazione venne individuato in un magistrato palermitano che aveva collaborato con Falcone, nel pool antimafia. Tutti si dimenticano che la corrente di "Magistratura Democratica" si spaccò: dei tre membri in seno al CSM, solo uno votò per Falcone; gli altri due, per Meli; ma nessuno li chiama "giuda"; uno dei due anzi, l'ex presidente dell'Associazione nazionale dei magistrati Elena Paciotti, è finito al Parlamento Europeo, eletto nelle liste dei DS. Anche Falcone venne accusato di tenersi chiusi nel cassetto le "prove" delle stragi; da esponenti della Rete orlandiana, che lo denunciarono al CSM; quando poi Falcone si candidò al CSM furono proprio i suoi colleghi di Palermo a negargli in voto; e, infine, quando venne varata la Procura nazionale antimafia, i suoi colleghi in massa firmarono un documento per sostenere che quell'istituto era pericoloso e inutile. Poi uno dei firmatari, Agostino Cordova, si candidò in contrapposizione a Falcone, e il CSM a maggioranza lo votò. Il tutto per bloccare Falcone. Lo scrisse esplicitamente, su "l'Unità" un componente del CSM di allora, il professor Alessandro Pizzorusso, secondo il quale Falcone non era più affidabile. Fu l'allora ministro della Giustizia Martelli a bloccare tutto.
Perché ricordare tutto questo? Perché oggi si sono creati gli stessi schieramenti, lo stesso blocco di forze (magistrati associati, politici, giornalisti amici), che a suo tempo fecero fronte contro Falcone, e lo contrastarono in ogni modo. Oggi quel blocco, in nome di Falcone, si è mobilitato contro Grasso; che si è macchiato di una gravissima colpa: non credere a quei famosi spunti investigativi che la procura di Caltanissetta ha dichiarato carta straccia, e non prestarsi alle manovre di chi, con quella carta straccia vuole colpire quell'"entità" che evidentemente si ritiene il capo del sistema corruttivo; e che, piaccia o non piaccia, la maggioranza del paese ha mandato a Palazzo Chigi.

Data: 
Sabato, 18 October, 2003
Autore: 
Fonte: 
L´Opinione
Stampa e regime: 
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