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Se Pannella non sfida la televisione

Testo: 

di Aldo Grasso

A suo modo, è stato un avvenimento storico. L'intervista che Stefano Chimisso ha fatto a Marco Pannella per la serie «Il mio Novecento» (Raitre, giovedì, ore 23.30) era molto avvincente. Per la storia in sé, di Pannella, dal racconto dell'infanzia abruzzese (il padre era segretario del Fascio) e dei viaggi nella Francia del Sud (la madre, moderna e spregiudicata, era francese e veniva chiamata dai contadini «la franzosa») al trasferimento a Roma, dall'adesione alle idee liberali («Il Mondo» di Pannunzio e la stima di Benedetto Croce) alla nascita del Partito radicale, dalla battaglia per il divorzio alla lotta per la liberalizzazione delle droghe leggere. Ma soprattutto per il rapporto manifestato nei confronti della tv. E' la prima volta, infatti, che Pannella non si pone in situazione conflittuale con il mezzo, non lo sfida. Anzi, si dimostra dolce, condiscendente, quasi complice.
Molti si ricorderanno quando nel maggio del 1978 Pannella si imbavagliò in tv per mezz'oretta suscitando un baccano d'inferno, provocando uno shock nella grigia grammatica politica. E «Noi emettiamo silenzio» è uno slogan, lo ha ricordato lui stesso, che gli piace molto. Dunque, fino all'altro ieri, da una parte c'era la tv matrigna che non dava voce ai radicali, che li zittiva e, dall'altra, Pannella che sfidava questa tv per farla deragliare dai suoi binari. Uno dei metodi più praticati era la logorrea: preso il microfono, una volta tanto, non bisogna più mollarlo. Non che giovedì notte, anche per l'assenza di filmati amatoriali e di curiosità visive, Pannella sia stato laconico (sarebbe stato chiedere troppo), ma il montaggio ha operato tagli salutari, ha inserito pause, ha controllato il respiro. A scapito di una certa sfrenata prolissità.

Data: 
Sabato, 20 September, 2003
Autore: 
Fonte: 
CORRIERE DELLA SERA
Stampa e regime: 
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