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Emma d´Arabia

Testo: 

Erano quattro egiziane. Da-vanti a me litigavano sullo slogan della grande confe-renza contro l'infibulazione che stavamo organizzando qui al Cairo. Non sapevano come chia-marla nei manifesti: mutilazione genitale? circoncisione? violenze corporali femminili? Nessuna di queste definizioni andava bene: una era corretta ma tecnica, l'altra era troppo esplicita, la terza sem-brava generica. Alla fine si sono gi-rate verso di me e hanno detto: "Emma, decidi tu". Ero sbalordita, però quando l'ho raccontato a mia sorella, ha risposto: «Di che ti stu-pisci? Ora te lo posso confessare: negli anni 70, quando andavi in tv a parlare di aborto, io non riuscivo a pronunciare quella parola e par-lavo - asetticamente - di "interru-zione della gravidanza"». Forse questo episodio dice più di tanti di-scorsi sul perché Emma Bonino vi-ve nella capitale egiziana da più di un anno e mezzo. È una «botta di gioventù», dice lei nello studio (il pc portatile aper-to sul sito di Yahoo, una piccola stampante, i libri di George Soros sulla globalizzazione e L'Occidente e gli altri dell'amica francese Sophie Bessis) del suo apparta-mento al Cairo, mentre aspetta pazientemente, ci credereste? che torni l'acqua corrente. Una «botta» della sua gioventù femminista, ra-dicale e combattiva, in una realtà che meno radicale, femminista e combattiva non potrebbe essere (a prima vista). «Eppure appena incontri le donne che lottano, qui, fai un tuffo in un "come eravamo" noi 30 anni fa: stesse battaglie, stesse resistenze, anche stessi eccessi. Lo sa che una moglie, se vuole, può di-vorziare a patto che rinunci a tutto, figli e diritti innanzitutto? Lo sa che esiste ancora il delitto d'onore a favore dei maschi? E lo sa che c'è una mia amica, Mona el Tobgui, che ha appena scritto un libro che s'intitola Il mio corpo?».
Che stia pensando ai «radicali d'Africa»? A un bel «partito transarabo»? Emma «d'Egitto» mini-mizza: «Sono venuta per curare una delusione. Quella elettorale del 2001. Cercavo una "terapia". Di passaggio al Cairo, ho incontrato Nawal al Sadawi, una famosa scrit-trice femminista, e ho avuto la sen-sazione di capire poco questa realtà. Anzi, di avere i pregiudizi di molti. Perciò ho chiuso le pratiche che avevo sul tavolo, ho mantenuto gli impegni da europarlamentare e sono tornata sul Nilo a cercar casa e un insegnante di arabo». Così, da un anno e mezzo («e ci resterò almeno un altro»), due settimane al mese le passa qui. In un appartamento al quinto di nove piani di una palazzina délabrée del quartiere di Zamalek, l'isolotto «borghese» («Perché tutte le case hanno il condizionatore, anche se le strade sono sconnesse e le fac-ciate si sbriciolano», spiega) al cen-tro della metropoli che conta «al-meno» 16 milioni di abitanti. A due passi dal nuovo negozietto Timberland e tra ambasciate sorvegliatissime dalla polizia come quella dell'Algeria e del Bahrain. «Siccome c'è un limite anche al mio maso-chismo, ho deciso subito di venire a vivere in questa zona: è tranquil-la anche di notte, soprattutto per una signorina sola come me, e se voglio invitare a cena solo ospiti uomini, nessuno dice niente». Al massimo, c'è il portiere che la «sor-veglia» con discrezione: come ac-cade a ogni straniero al Cairo. «Pri-ma di trovare la casa giusta», rac-conta l'ex commissario Ue, «ne ho viste moltissime: tutte stracolme di mobili barocchissimi che ricorda-vano quelli dei miei nonni. Quando mi ha mostrato questa, che era se-mivuota perché imbiancata da po-co, il proprietario ha subito preci-sato: non si preoccupi, le riporto subito tutti i mobili. L'ho fermato in tempo. Anzi, ho messo l'unico comò che c'era fuori sul pianerot-tolo: è ancora là che aspetta di es-sere spostato».
Così, comprate due brandine spoglie per ospitare gli amici di passaggio, piazzata qualche poltro-na in salotto, due mazzi di fiori fre-schi fissi nell'ingresso e le foto montate su un telaio di legno del-la recente vacanza in Madagascar e di un'escursione in jeep nell'oasi di Siwa con Remigio (corrispondente dell'Ansa dal Cairo) e la moglie Carmela, Emma Bonino in jeans e maglietta, niente jalàbia, «con il mio fisico farei ridere con i loro abiti» - ha cominciato ad andare a scuola. «Mi sveglio puntuale alle 7 e mezzo, preparo l'astuccio con le matite, metto i libri in cartella e so-no pronta per le lezioni. Se dimen-tico la gomma, vengo pure bac-chettata da Hussein, il mio inse-gnante».
Riuscite a immaginarvela in ver-sione «10 in condotta», la «ragaz-za» più scapestrata della politica italiana? «Ora, dopo una tazzina di autentico espresso italiano al caffè Cilantro, seguo le lezioni dei Padri comboniani: dopo un anno d'arabo "classico", quattro ore fisse al Bri-tish Council più le lezioni private al pomeriggio con Salwa, un donno-ne del popolo con cui faccio i det-tati e leggo i giornali, sono final-mente passata al "dialettale", che è poi la lingua di tutti i giorni. Mi ero stufata di andare al mercato qui dietro casa a chiedere: "Vossignoria, che per gentilezza avrebbe da offrirmi qualche flutto maturo del banano e due prodotti mattutini delle galline?". Hussein, poi, è bra-vissimo: in realtà lui scrive pièces teatrali, ogni tanto parliamo anche delle sue opere. Anche se non sono ancora pronta a un vero e proprio dibattito». Studiare la lingua e la cultura, in-somma. Mettere insieme i pezzi di un puzzle - quello del mondo arabo - che pochi (per non dire nessuno) si preoccupano in questo momento di capire davvero. Un po' come fa-cevano - ma è storia vecchia di un secolo, ormai - i grandi viaggiatori dell'epoca coloniale. Il dubbio re-sta: perché venire proprio al Cairo? «È vero», ammette la Bonino, «an-dare a studiare a Marrakech sareb-be stato molto più chic. Qualcuno mi consigliava le dolcezze di Tunisi. Però ho capito subito che il Cairo è il vero crocevia. L'altro giorno ho pranzato con l'ex premier del Sudan, che era qui di passaggio: un incontro interessantissimo, ho sco-perto che naviga anche nel sito ra-dicale. Una settimana fa, quando Saad Eddin Ibrahim, il dissidente egiziano più "tartassato" e mio amico, ha riaperto il suo Centro do-po che per mesi è stato chiuso dal-la polizia, c'erano l'avvocatessa giordana, l'intellettuale libanese, la femminista egiziana. Solo qui puoi incontrare la futura dirigenza del mondo arabo. Mi ricorda Praga o Budapest, crogiolo della dissidenza al comunismo negli anni '80».
E, di certo, casa Bonino è sempre più al cuore di questo crocevia. «Hanno cominciato a fidarsi di me quando mi hanno visto seguire il processo di Saad anche con 40 gradi all'ombra, udienze notturne comprese», racconta. «Ora lui e la moglie Barbara vengono da me an-che a vedere la tv, dicono di non sa-per far funzionare la parabola», ag-giunge sorridendo. E non sono so-lo loro: Hisham Kassem, editore del principale giornale in inglese, il Cairo Times, Nadia Younes, attual-mente a Bagdad per l'Organizza-zione mondiale della sanità, Nawal al Sadawi («È stata lei a portarmi la prima volta in quello che è di-ventato il mio ristorante preferito, l'Aubergine, cucina libanese ma anche occidentale»), Jocelyn Saab, una regista libanese assai contro-versa che «ora ha avuto l'autorizza-zione a girare un film in Egitto sul-le libertà femminili e le mutilazioni genitali». E molti altri, tutti un po' border line con l'autorità egiziana e dei rispettivi Paesi d'origine. Com-piici, chissà, forse anche gli spaghetti («Barilla, li trovo al negozietto sotto casa») aglio, olio e pepe-roncino che Emma Bonino dice di preparare per sé le serate che passa a «fare i compiti di arabo».
«È solo parlando con loro che ca-pisci, per esempio, che non hanno nessun bisogno di "lezioni di de-mocrazia all'occidentale"», spiega «Sanno perfettamente cos'è. Piut-tosto capisci che non è vero il "ri-catto" che ci fanno credere in Occi-dente, che l'unica alternativa al re-gime di oggi sono i Fratelli Musul-mani. In un voto "libero" non vin-cerebbero gli islamici. E poi è solo parlando con loro, come è accadu-to a me con un'amica di Salwa, che capisci davvero cos'è l'infibulazione, quando ti senti raccontare che, da bambina, dopo l'"intervento", passava ore in una bacinella d'ac-qua per poter far pipì senza morire di dolore. È solo parlando con loro che capisci cosa ha significato la guerra in Iraq per questa parte di mondo: "Tutti sapevamo che sareb-be arrivato il vento nuovo", mi ha detto un amico, "ma avremmo pre-ferito che arrivasse attraverso una finestra aperta dall'interno"».
E sarà pure una «botta di gio-ventù», ma ciò non significa che ogni cosa sia perfetta: «Il mio calvi-nismo nordico è messo a dura pro-va», ammette «Emma d'Arabia», «quando ti dicono "è tutto pronto, stia tranquilla" e invece la metà delle cose sono ancora da fare». Un po', forse senza accorgersene, è sta-ta contagiata anche lei. E alla verduraia sotto casa («Ottimi i pomodorini») che le chiede - in arabo, ovviamente - se le mette da parte il gesso che le fascia il braccio ferito di recente in un incidente d'auto «chissà per farne cosa», Emma ri-sponde: «Tranquilla, è già fatto».

di Edoardo Vigna

Data: 
Martedì, 15 July, 2003
Autore: 
Fonte: 
SETTE
Stampa e regime: 
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