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LA PROPOSTA «Un'Onu rifondata per Paesi democratici»

Testo: 

di EMMA BONINO e GIANFRANCO DELL'ALBA

La liberazione dell'Iraq dalla dittatura di Saddam Hussein, uno dei regimi più feroci e sanguinari dell'era contemporanea, rappresenta un potenziale spartiacque. Lungi dall'essere, come sostengono molti pacifisti, un'operazione neocoloniale dell'estrema destra americana, costituisce la premessa di un possibile nuovo ordine internazionale. Come arrivarci? Certamente ridando all'Onu il proprio ruolo di garante della legalità internazionale. Noi radicali riteniamo che l'evoluzione delle Nazioni Unite nel corso degli anni ha portato a una sorta di Costituzione materiale sovente in contrasto con i principi ispiratori della Costituzione legale, ovvero della Carta stessa.
Le Nazioni Unite nascono come una comunità di nazioni che si riconoscono nei valori di libertà e giustizia alla base della lotta contro il nazifascismo. Lo scopo è di salvaguardarli e promuoverli. L'art. 53 paragrafo 2 della Carta, tuttora in vigore, qualifica come «Stato nemico» (delle Nazioni Unite) «ogni Stato che durante la Seconda guerra mondiale sia stato nemico di uno dei firmatari del presente Statuto». Così l'Italia, pur essendo membro fondatore della Nato nel 1949 e della Ceca nel 1952, ha dovuto aspettare il 1955 per essere ammessa alle Nazioni Unite. Il Giappone il 1956 e la Germania addirittura il 1973.
In altre parole, la Carta sottoscritta a San Francisco da cinquanta Paesi (oggi siamo a oltre 190 Stati membri) contiene sì una serie di nobili obiettivi politici - decolonizzazione e autodeterminazione dei popoli, progresso sociale, promozione dei diritti fondamentali della persona umana - ma si presenta soprattutto come il manifesto delle nazioni che condividono i valori di libertà e giustizia. Al punto di dotare le Nazioni Unite di meccanismi per reagire a eventuali minacce alla pace e all'ordine internazionale provenienti da Stati che quei valori non condividono - dunque estranei all'Onu stessa.
La crisi dei rapporti fra i Paesi occidentali e l'Unione Sovietica nell'immediato dopoguerra, e la nascita del movimento dei non allineati nel 1955 a Bandung, mandano però all'aria le intenzioni dei padri fondatori. Oggi si è così lontani dallo spirito originario da far sembrare legittimo che siano le dittature a giudicare le democrazie. Al punto che la Libia ha presieduto quest'anno la Commissione per i diritti umani. La convivenza tra democrazie e dittature all'interno del club dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza s'è tradotta nella sua paralisi.
La seconda ragione della paradossale situazione odierna risale al vertice di Bandung, dove i leader dei Paesi non allineati - Chou En Lai, Nehru e Tito in testa - lanciarono una sorta di ideologia vicaria delle Nazioni Unite. Alla base di questa ideologia c'era, innanzitutto, la riaffermazione del principio di non ingerenza negli affari interni di uno Stato e la sua precedenza rispetto ai diritti dei singoli individui enunciati all'articolo 1 della Carta. C'era, inoltre, l'enunciazione del principio per cui tutti i Paesi sovrani hanno diritto ad essere membri delle Nazioni Unite. Questo approccio ha stravolto completamente l'iniziale concezione dell'Onu, che da club di Paesi accomunati dagli stessi valori s'è trasformata nel foro della comunità internazionale. Una comunità amorfa e indistinta, quindi, che mai indaga sulle credenziali democratiche dei propri membri, pronta ad accogliere chiunque.
La situazione attuale, dove i compiti specifici dell'Onu in materia di promozione dei diritti fondamentali della persona vengono assunti anche da Stati che tali diritti conculcano, non è più accettabile. Si tratta di mettere mano non solo ai meccanismi di funzionamento dell'Onu, ma anche alla sua composizione.
Noi radicali ci battiamo da tempo per la creazione di un'Organizzazione mondiale delle democrazie e della democrazia (Omd) che, partendo dall'embrione già esistente della Community of Democracies, possa raggruppare i Paesi democratici nelle istanze internazionali, per promuovere concretamente democrazia, Stato di diritto e rispetto dei diritti umani. Quanto alla sua organizzazione, ci si può ispirare a vari modelli: dall'Organizzazione mondiale della democrazia al Consiglio d'Europa. Nel caso di quest'ultimo, l'ammissione e il mantenimento della qualità di membro sono subordinati al rispetto di specifici standard democratici. Ciò ha indotto i Paesi dell'ex blocco sovietico ad adattare rapidamente la propria legislazione ai requisiti di questa organizzazione, permettendo loro di entrare nell'Unione Europea.
Con un Consiglio di sicurezza che sembra spesso l'ultimo baluardo delle dittature di tutto il mondo e l'Onu diventata lo strumento di conservazione dell'ordine costituito, v'è da chiedersi se la nostra idea di Omd non debba costituire il mezzo per riaffermare i valori originari a fondamento delle Nazioni Unite, rimpiazzandone progressivamente ruolo e funzioni. Per entrare e restare in tale club occorrerebbe semplicemente il rispetto degli stessi impegni assunti a livello internazionale da ciascuno Stato, a cominciare dalla Carta dell'Onu e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani.
Molti Paesi negli ultimi anni hanno pagato il prezzo della democrazia politica, anche grazie al sostegno internazionale, fornendo la dimostrazione che con volontà e determinazione è possibile globalizzare la democrazia, oltre al commercio. Altri ne restano caparbiamente estranei, mentre alcune democrazie possono conoscere derive autoritarie.
Perché i progressi degli uni e i regressi degli altri dovrebbero continuare a essere del tutto ininfluenti sullo status internazionale di ciascun Paese? Proponiamo, insomma, di rifondare l'Onu secondo i principi originari.
Un'Onu che abbia come criterio di ammissione non la mera esistenza di un Paese, ma il soddisfacimento da parte del relativo governo di alcuni indicatori di democrazia. Un'Onu che preveda - come del resto avviene nell'Unione Europea - meccanismi di sospensione o, addirittura, di espulsione in caso di mancato rispetto dei parametri democratici.
Queste nuove Nazioni Unite avrebbero la legittimità necessaria per reagire credibilmente alle minacce alla pace e alla sicurezza internazionale e per promuovere libertà e diritti umani. Così che appartenere a tale organizzazione diventi un fine, e non un mezzo, dell'azione politica dei singoli Stati del mondo. Un primo passo in questa direzione può e deve essere la convocazione, sin dalla prossima Assemblea generale di settembre, di un primo «caucus» dei Paesi democratici, una riunione costitutiva di quella Community of Democracies che già rappresenta l'embrione dell'Organizzazione mondiale della democrazia.

Data: 
Lunedì, 14 July, 2003
Autore: 
Fonte: 
CORRIERE DELLA SERA
Stampa e regime: 
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