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Bossi: hic rhodus, hic salta

Testo: 

di Paolo Pillitteri

La Lega di governo non è la soluzione, è il problema. Diversamente dalla Lega di lotta, che indica con forza i problemi e le loro soluzioni, giuste o sbagliate, senza rischiarne la controprova del consenso, l'attuale "partito" di Bossi mostra in tutta evidenza le difficoltà di chi si trova più agevolmente fuori dalla stanza dei bottoni che dentro, più all'opposizione o, se si vuole, con l'appoggio esterno, che con responsabilità dirette nell'esecutivo. Il movimentismo leghista ha espresso, fin dall'inizio, il senso d'una multiforme protesta del Nord contro il centralismo romano, passando dai propositi secessionisti alla scelta del federalismo di cui la devolution è il contenuto per eccellenza. Quest'ultimo passaggio si deve alla tenacia e alla pazienza di Berlusconi che, più avvertito di quanto lo fosse nel ?94, aveva col tempo (e con la sconfitta) compreso che soltanto con l'alleanza stretta con Bossi era possibile vincere. Poco importa che tale rinnovata alleanza sia maturata nella fase discendente della parabola leghista. Ciò che contava, e conta, è il valore aggiunto di Bossi, l'essere decisivo in decine e decine di collegi del Nord, non foss'altro che per poche centinaia di voti, ma determinanti a far pendere la bilancia da una parte.
Non a caso il Bossi del dopo Friuli dove, per inciso, ha fatto tutto lui - senza un'adeguata resistenza e conoscenza di Berlusconi in tutt'altre faccende affaccendato - coi risultati devastanti che sappiamo, ritorna a cantare il motivetto che più gli piace, quello del meglio solo che male accompagnato, ovverosia della Lega che vince quando corre da sola. Naturalmente, va fatta la tara a quel "vince", giacché la Lega da un bel po' di tempo sembra avere perso smalto e spinta propulsiva. Ma ciò dipende, in buona misura, dalla sua collocazione governativa, con responsabilità dirette in settori chiave e delicatissimi come il Welfare di Maroni e la Giustizia di Castelli, due ambiti complicati, contestati, nell'occhio d'un perenne ciclone se non del terrorismo "rosso" che conosciamo, da Biagi in poi. Bossi, che è il Ministro per le Riforme, sbraita, magari a ragione, per le riforme che non arrivano mai.
Si capisce: un capopopolo autentico come lui non sembra avere il carattere più adatto per pazientare rispetto alle liturgie e alla tempistica delle leggi, figuriamoci delle riforme, all'italiana. Da ciò le sue grida rauche contro l'imputato che preferisce, vale a dire la vecchia Dc, e, come in Friuli, gli ex Psi dei quali, sempre per inciso, ha detto che bisognava "fucilarli" tutti e a finire "fucilata" è stata la sua candidata. Del resto, se guardiamo alle stesse "piccole" riforme fatte dal Ministro Castelli, come quella del Csm, non è chi non veda che a presiederlo è finito un personaggio fra i più scafati e determinati del cattocomunismo di lungo corso. Se tanto mi dà tanto... Il problema Lega, si diceva. In realtà il problema vero riguarda Bossi medesimo. Spetta a lui la scelta fra la Scilla della permanenza al Governo e la Cariddi dell'appoggio esterno. E solo lui, che ha naso per le "sue" cose, può decidere. Hic Rhodus, hic salta.

Data: 
Venerdì, 13 June, 2003
Autore: 
Fonte: 
L´OPINIONE
Stampa e regime: 
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