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Estate 2003: indulto addio, povere carceri

Testo: 

Sono un «quasi» giovane penalista che, con un'invasione di campo, si occupa attraverso «Radio Carcere» (trasmessa da «Radio Radicale») di giustizia e di detenzione.
Abbiamo dato vita all'iniziativa «Liberiamo la dignità» che intende dimostrare allo Stato, attraverso un intervento mirato su un detenuto o su una cella, che ci vuole poco per restituire dignità alla persona detenuta... Non esiste sentenza penale emessa da un giudice italiano che preveda come sanzione il danno alla dignità della persona ma esistono istituti dello Stato, come le galere dove si perpetua l'umiliazione dell'individuo. «Liberiamo la dignità» serve ad evidenziare questa zona d'ombra.

Riccardo Arena - Roma

Caro Arena, la sua idea di dar vita a un'iniziativa per i detenuti dal nome/auspicio «Liberiamo la dignità» sarebbe in ogni caso meritevole di lode, ma lo è ancor più oggi che sta venendo meno l'impegno - preso dal Parlamento con Giovanni Paolo II oltre che con se stesso - di varare un indulto prima dell'estate. Si sa come sono andate le cose: nei mesi scorsi l'indulto si è trasformato in «indultino», per essere poi lasciato lì a galleggiare in attesa che con il trascorrere del tempo colasse a picco da sé. Questa settimana è previsto che se ne discuta un'ultima volta a Palazzo Madama, ma sono in agguato maxi emendamenti con l'evidente, quasi esplicita missione di gravare a mo' di zavorra (o di piombo) sulla barca che dovrebbe trarre in salvo qualche carcerato. A questo punto è facile prevedere che di indulti e indultini non se ne farà niente. E che ciò avrà ripercussioni davvero esiziali sugli istituti di detenzione.
Tali ripercussioni si sono già intraviste a Civitavecchia dove i detenuti hanno dato fuoco ad alcune celle per segnalare il fatto che da mesi sono privi di acqua potabile. Proprio così: non hanno, dai loro rubinetti, acqua da bere. Nella casa di reclusione di Opera, a quarantadue malati di Aids è mancata la forza di appiccare un incendio e si sono dovuti limitare alla denuncia delle condizioni in cui vivono: «Abbiamo un'unica vasca inservibile perché è sempre sporca - hanno scritto -, siamo costretti a fare i nostri bisogni nel letto e a mettere gli escrementi in una carta di giornale perché c'è un solo bagno e mancano le padelle».
Ancora. Il suicidio continua ad essere considerato da molti, troppi carcerati l'unica via di fuga dall'inferno testè descritto. Il 1° maggio a Roma, dopo aver trascorso una notte intera a piangere e gridare, Marco De Simone si è impiccato. Qualche tempo prima, nella stessa sezione dello stesso stesso carcere (Rebibbia), Claudio Menna aveva scelto la stessa via di evasione. Dopo la morte di De Simone alcuni detenuti affetti da disturbi nervosi sono saliti sui tetti della prigione in segno di protesta: per tutta risposta, secondo quel che ha riferito l'organizzazione «Papillon», sono stati violentemente picchiati dagli agenti. Un incubo. C'è, per fortuna, qualche segnale positivo.
L'associazione «A buon diritto» informa che un gruppo di detenuti di Rebibbia ha deciso di accollarsi i costi di un gruppo di sostegno psicologico che intervenga in aiuto dei più deboli: in particolare nel momento del primo impatto con la vita carceraria (quello in cui il maggior numero di persone decide di togliersi la vita). E il consiglio comunale di Roma ha votato all'unanimità l'istituzione di un Garante che possa spendersi a tutela delle dignità offese dei carcerati. Qualcosa si muove, sì. Ma c'è di che vergognarsi a essere cittadini di un Paese che si accinge a far vivere alle proprie carceri l'ennesima estate nelle condizioni di cui s'è detto. Spero che i senatori, a cui è riservata nella discussione di venerdì prossimo la scelta di accendere o meno una fiammella di speranza, se ne rendano conto. Lo spero, ma non ci credo.

Paolo Mieli

Data: 
Martedì, 27 May, 2003
Autore: 
Fonte: 
CORRIERE DELLA SERA - Lettere al Corriere
Stampa e regime: 
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