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C'era una volta il Vietnam... e, disgraziatamente, c'è ancora

Testo: 

di Massimo Lensi

C'era una volta il Vietnam... e, va proprio detto, c'è ancora. Il grande stato del Sudest asiatico adagiato sulle rive del mar cinese meridionale, ultimamente era tornato di gran moda. Più o meno direttamente richiamato dalle dichiarazioni anti-americane di vari esponenti del movimento ultrapacifista, il Vietnam si era trasformato nel rinnovato simbolo di una (sperata?) biblica punizione sulla base del postulato "Bush uguale a Saddam". Ma il Vietnam non è solamente la fotografia, forse suggestiva, dell'America che venne sconfitta e non è pensabile ridurne la storia solo ad una serie compatta di evocazioni, dall'offensiva del Tet all'assedio del campo Usa di Khe Sanh, dagli scontri di Hamburger Hill alla fuga dall'ambasciata Usa di Saigon, dai Jefferson Airplane e Marthin Luther King a "liberate Angela Davis". E' anche altro.
Il paese di oggi ha ben altri problemi sociali e sfide economiche da affrontare: povertà, scarsa attenzione igienica, acque sorgive non potabili, mancanza di infrastrutture e di strade, ospedali e scuole. Il prodotto interno pro capite di 350 dollari all'anno e l'indice di sviluppo umano (0,671) lo collocano nei bassifondi mondiali della ricchezza (108.mo posto). La Repubblica Socialista del Viet Nam è un regime a partito unico, di ispirazione marxista-leninista, tra i più chiusi alle istanze democratiche e feroce come pochi altri con chi si oppone al Doi Moi, il nuovo corso economico di apertura al libero mercato (senza però libertà politiche) voluto nel 1986 da Nguyen Van Linh, allora segretario del partito.
Un "nuovo corso" che prende a modello paradossalmente il Vietnam del Sud prima delle riunificazione, proprio per quella sua antica esperienza capitalistica necessaria a fornire capacità imprenditoriali ancora molto latitanti oggi ad Hanoi.
Il rispetto dei diritti dell'uomo è però un optional. E' alto infatti l'allarme per probabili interventi statali di "diluizione" etnica nei confronti delle minoranze tribali dei fertili altipiani centrali, una delle più ricche regioni del Paese. Attraverso trasferimenti in loco di coloni di etnia vietnamita delle povere pianure del nord e continue repressioni contro le popolazioni indigene, l'obiettivo del governo di Hanoi di convincere le tribù Degar, Jarai, Muong, Nung, Tai, Bahnar, Sedang, Dao, Ede a spostarsi, con le buone o con le cattive, in zone meno ricche del Paese, sta diventando realtà.
E al posto del riso seccagno, alimento base delle tribù, si sta passando alla coltivazione del ben più remunerativo caffè di tipo Robusta. Il venerabile Thich Huyen Quang, la più alta autorità spirituale della Chiesa Buddista Unificata, è costretto agli arresti domiciliari da numerosi anni e il Comitato Vietnam per i Diritti Umani, con sede a Parigi, ha segnalato che la libertà di espressione ha subito ulteriori gravi restrizioni con l'adozione della Decisione 28 relativa alle pubblicazioni straniere. Tale decreto infatti vieterebbe la "libertà di pubblicazione" per qualsiasi organizzazione straniera in Vietnam, compresi i corpi diplomatici.
Anche il diritto di manifestare pacificamente sarà nei prossimi mesi soggetto a censure e limitazioni come ha riferito il quotidiano ufficiale Lao Dong il 13 gennaio. E le sparizioni di membri delle opposizioni politiche al regime sono all'ordine del giorno. Anche questo è il Vietnam, un paese che sopravvive grazie alla cooperazione e gli aiuti allo sviluppo dei Paesi occidentali, Unione Europea compresa. Hanoi ha però archiviato il conflitto e a seguito della visita ufficiale del presidente Usa Bill Clinton nell'ottobre 2000 ha chiuso definitivamente ogni questione sospesa con il vecchio nemico. Una visita tuttavia molto discussa, che dette il via peraltro alla firma di numerosi accordi commerciali tra Vietnam e Usa.
Un modo come un altro per mettere una pietra sopra alla "sporca guerra", l'incubo che fece perdere la vita a circa 4 milioni di civili e a 1 milione e 287 mila soldati, senza parlare dei 700 mila "boat people" in fuga dopo il Ghiai Pong, la liberazione di Saigon del 30 aprile. Qualcuno disse "due, tre, cento Vietnam", qualcuno che ben comprese la tragedia di un conflitto che non aveva portato libertà e democrazia, ma solo povertà e dittatura.

Data: 
Mercoledì, 7 May, 2003
Autore: 
Fonte: 
L´OPINIONE
Stampa e regime: 
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