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La vera «disobbedienza civile» è un´altra cosa

Testo: 

UNA TRADIZIONE IN CUI SI COLLOCA MARCO PANNELLA, NON CHI VORREBBE INVADERE UNA BASE NATO
Impossibile paragonare Gandhi a chi usa la violenza come strumento politico

ROMA
CON i blocchi ferroviari, la storia della «disobbedienza civile» non ha molto a che fare. Difficile calare Gandhi nei panni di Luca Casarini. Arduo mettere sullo stesso piano chi disobbedisce per ristabilire una legge violata e chi usa la «disobbedienza» come arma violenta. Il disobbediente civile sfida una norma, accettandone tutte le conseguenze. Il «disobbediente» che fa i picchetti sui binari, grida all'intollerabile repressione se qualcuno vuole ristabilire l'ordine. Disobbediente civile è Marco Pannella, non chi vorrebbe invadere una base Nato in Italia. L'occupazione dei binari, il blocco dei treni, l'assedio alle stazioni ferroviarie, ma anche quella dei porti, come ben sanno i camalli genovesi, ha pure una lunga e non ingloriosa storia alle spalle. Ma è la storia del sabotaggio e del boicottaggio che Nenni e Mussolini, allora compagni di lotta nell'ala più massimalista del socialismo italiano, promossero contro la guerra di Libia nel 1911. E' la storia, come ha ricordato Giovanni Sabbatucci sul Messaggero, della «rivolta di Ancona dell'agosto 1920 contro la partenza dei bersaglieri per l'Albania». Al boicottaggio si addice lo scontro duro, il braccio di ferro senza mediazioni. Negli Anni Cinquanta la sinistra, anche quella comunista, ricorse molto raramente a un'arma così estrema, e al massimo si ricordano il rifiuto dei portuali di Ancona di lasciar approdare le imbarcazioni pieni di profughi istriani bollati come «fascisti». Poi venne la mobilitazione sul Vietnam, evocata da Sergio Coffferati, tuttavia troppo geopoliticamente lontano perché l'Italia potesse anche lonrtanamente partecipare al conflitto. Poi arrivò l'autunno caldo. Oppure la proposta del boicottaggio del Cile dopo il golpe di Pinochet. Come arma di lotta si sono imposte le occupazioni di stazioni ferroviarie, porti e autostrade. Ma il blocco fatto passare come forma di «disobbedienza» ha pochi precedenti nella storia italiana di questi ultimi decenni. Ma la disobbedienza civile è davvero un'altra cosa.
Marco Pannella viola la legge per ristabilire un principio alterato, ma non mette in discussione chi reprime la sua azione sulla base dell'ordinamento vigente. Se distribuisce marjuana sa benissimo di poter incorrere nei rigori della legge dello Stato italiano e non crede che il funzionario con in mano la notifica di un mandato d'arresto d'arresto stia abusando del suo potere. Oppure, se procede con lo sciopero della fame o addirittura della sete, il disobbediente civile cui si rifà il «metodo» pannelliano va avanti finché la norma non venga rispettata, costi quel che costi, come purtroppo è accaduto nel caso di un disobbediente civile come Bobby Sands, il militante irlandese che rifiutò fino alla fine di recedere dalle proprie decisioni, gettando il discredito sulla Gran Bretagna. Poi, naturalmente, in molti hanno voluto nobilitare la pratica della «disobbedienza» con richiami più o meno impropri alla filosofia (non violenta) tipica dei pensatori che hanno interpretato il disobbedire come appello a una norma superiore.
Nei primi Anni Novanta l'ideologo della Lega Gianfranco Miglio arrivò addirittura a riproporre il pensiero di H.D. Thoreau come base teorica delle nuove pulsioni anti-fiscali del mondo leghista comparando le gesta degli americani indipendentisti che contro la Corona inglese gettarono nelle acque del porto di Boston un intero carico di tè trasportato dalle navi di Sua Maestà Britannica agli umori anti-tasse interpretati dal partito di Bossi. Anche se contro la teoria della jacquerie antifiscale argomentò lo stesso Giulio Tremonti, secondo il quale «la rivoluzione indiana di Gandhi si è fatta forte con il rifiuto di pagare la tasse del sale semplicemente non consumando il sale su cui gravava l'imposta rifiutata». Ma, a sinistra, il metodo gandhiano della non violenza portato in Italia dai radicali di Marco Pannella non è stato mai molto apprezzato. Oggi si chiamano «disobbedienti» i militanti no global che, prima ancora che per fermare la guerra, si mobilitano contro la permanenza stessa dell'Italia in un'alleanza militare che si chiama Nato. E che pensano più ai fasti della «settimana rossa» che alla mite ma determinata protesta «disobbediente» di Gandhi.

Data: 
Martedì, 25 February, 2003
Autore: 
Fonte: 
LA STAMPA
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