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E l'appello di Pannella portò pace: vattene, dittatore

Testo: 

di GIAN ANTONIO STELLA

ROMA - «Saddam, per favore: se ne vada». Pensa e ripensa, pesa e soppesa, media e rimedia, i parlamentari di destra e di sinistra alla fine ce la fanno, stremati da ore e ore di dibattito prima al Senato e poi alla Camera, a trovare una posizione in qualche modo comune che vada oltre le divisioni ideologiche, nobilissime e bottegare delle due fazioni. Ma, più che una decisione irrevocabile segnata dal destino, è una specie di appello al governo perché provi a convincere il dittatore a togliere il disturbo e liberarci, infine, da tanti pensieri che oggi spaccano l'Ulivo e domani chissà... Un compromesso salutato da molti come una botta di genio e da altri come un accordicchio assurdo. Degno epilogo di un dibattito a tratti imbarazzante.
Che fosse lecito aspettarsi qualcosa di più, da una giornata dedicata a una scelta difficile come quella di ieri, è fuori discussione. E certo, la destra getterà ogni colpa sull'opposizione priva di quel senso di responsabilità obbligatorio in questi passaggi storici. E la sinistra ribalterà le accuse sulla maggioranza che, tesa più a sottolineare le sbavature degli avversari che non a cercare una soluzione unitaria, non ha saputo cucire con pazienza ed equilibrio una posizione che fosse davvero comune. Ed entrambi potranno lanciare i propri dardi avendo buone ragioni a sostegno. Ma certo è che, da uno scontro così sembrano uscire affaticati e delusi tutti. Compreso, probabilmente, Marco Pannella. Che avendo per primo lanciato la sua proposta di uno sforzo internazionale per garantire un decoroso esilio a Saddam, ha visto il suo generoso progetto andare in porto nel modo peggiore, come un ripiego dell'ultima ora accolto da qualche risatina, dallo scetticismo del ministro degli Esteri Franco Frattini e da battute come quella di Oliviero Diliberto: «Sarebbe come se in Iraq votassero una mozione sull'esilio di Berlusconi: a me piacerebbe pure, però sarebbe ridicolo».
Ma è fin dalla mattina, al Senato, che la giornata non si profila delle migliori. Certo, il capo del governo apre con un discorso abile, aperto, conciliante, con un solo passaggio («non lasceremo soli gli Stati Uniti») spinoso anche per gli oppositori di buona volontà. Il dibattito, però, piglia subito la piega più attesa e temuta. Rivelando ancora una volta l'incomunicabilità quasi totale tra i due schieramenti. Incomunicabilità che, nella concitazione delle accuse di anti-americanismo e di servilismo filo-yankee, porta qualcuno a vistosi capitomboli.
«Dopo lo sbarco americano a Dunkerque». Giulio Andreotti non fa una piega, quando il collega Domenico Contestabile ruzzola confondendo il D-Day alleato in Normandia del giugno 1944 col drammatico ripiegamento delle truppe inglesi e francesi della primavera 1940, un anno prima che gli Usa fossero trascinati in guerra dall'attacco a Pearl Harbour. Ah, la storia. Lui sì che ne conosce, dopo mezzo secolo di governo, un po' di storia e storie. E così, mentre destra e sinistra affilano le lame per trovare il modo di votare mozioni decenti ma distinte, lui cerca di spiegare una cosa che è stato il senso di una intera vita: prudenza, prudenza, prudenza.
Mica facile, anche per uno che è stato un sacco di volte presidente del Consiglio e ministro degli Esteri e ha conosciuto Reagan e Gromiko, Adenauer e Arafat, farsi ascoltare oggi con l'aria che tira in Parlamento. Tra colleghi convinti come il cossuttiano Luigi Marino che quella minacciata all'Iraq «è una guerra neocoloniale fatta per avere il dominio sul petrolio e per rovesciare un regime non gradito» e altri come Renato Schifani che accusano l'opposizione di cecità davanti alle «certezze assolute sull'esistenza di campi di addestramento dei terroristi di Al Qaeda in Iraq».
Come non bastassero la confusione, i distinguo, le sfumature tra i «se» e i «ma» e i «senza se» e i «senza ma», sbuca perfino una mozione firmata da Francesco Cossiga che viene applaudita come «ineccepibile» da un bertinottiano come Luigi Malabarba. Il quale ha appena finito di disegnare un futuro in cui «il generale Jay Garner, amico personale di Donald Rumsfeld, è virtualmente il futuro governatore dell'Iraq, che garantirà una nuova Costituzione e deciderà tempi e modi di libere elezioni, mentre la potenza occupante (e in sedicesimo i suoi vassalli) avrà pieno diritto di sfruttamento dei pozzi petroliferi», degno perfezionamento di una «politica di rapina». Che c'entra coi rifondaroli e altri firmatari trasversali un fedele amico dell'America come l'ex capo dello Stato? E che significa quella mozione che invita il governo a sottoporre alla preventiva autorizzazione del Parlamento ogni decisione sull'uso delle basi e sull'eventuale dislocazione di nostre forze armate all'estero e chiede al governo di «tenere costantemente e preventivamente informato il capo dello Stato delle decisioni che implichino un impegno italiano in operazioni militari»? Risatina andreottiana: «Mica ho capito». Eppure, Zio Giulio riesce davvero a farsi sentire. E plaude Berlusconi per il tono pacato, utile per «controbilanciare quel nervosismo che, alla sera, cade ormai da mesi in tutte le famiglie italiane per una guerra ritenuta inevitabile» e dice che la manifestazione di Roma è stata vissuta come una «liberazione da un incubo per l'auspicio che qualcosa cambi in questa tensione» ed elogia gli Usa per come hanno reagito all'attacco dell'11 settembre «in un modo molto più responsabile di quanto poteva temersi» e Bush per avere allora «affermato che Bin Laden era un traditore della propria fede, dando così un indirizzo ad una propaganda che altrimenti rischiava di ritornare forse alle forme peggiori del maccartismo, dell'odio o dell'ostilità nei confronti degli immigrati».
Detto questo e confermata la fedeltà agli Usa, Andreotti avverte però che occorre «evitare che si continui a fare questo censimento di chi è con gli americani e di chi è contro gli americani». E a proposito delle prove contro l'Iraq, racconta dello stupore provato nella seconda guerra mondiale per la distruzione di Montecassino: «Dissero: daremo immediatamente le prove che c'erano grosse attrezzature tedesche. Stiamo ancora aspettando, queste prove». Quanto a Saddam Hussein? «Credo di essere l'unico ad averlo conosciuto di persona. Sono stato suo ospite per due giorni nel 1978. Non passerei volentieri le mie vacanze con lui, né sono convinto che il suo fondamentalismo sia accettabile. Però non è l'unico peccatore in un mondo di figlie di Maria». Prendete ad esempio la Corea del Nord: «Chi l'ha aiutata quando certamente era nell'albo dei cattivi, chi l'ha aiutata ad avviare le strutture per la centrale nucleare? Non certo noi». I russi o i cinesi? Lo spiegherà agli amici in serata, ridacchiando: «No, no... Sono stati invece... Ma lo racconterò un'altra volta».

Data: 
Giovedì, 20 February, 2003
Autore: 
Fonte: 
CORRIERE DELLA SERA
Stampa e regime: 
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