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Inquieta e divisa l'Italia è in attesa

Testo: 

di STEFANO FOLLI

All'inizio di una settimana cruciale, l'Italia attende. Le tesi di governo e opposizione sono nette, quasi cristallizzate. E del tutto divaricate.
Berlusconi è con l'America, il centro-sinistra sostiene Chirac, Schroeder e adesso anche Putin. I ruoli sono chiari e le parti in commedia ormai distribuite. Si aspetta. Gli eventi che contano si svolgono lontano da Roma e non sono influenzabili più di tanto. Oppure sono assai vicini, sulle rive del Tevere, ma coinvolgono il Vaticano e appaiono quasi altrettanto remoti. A Palazzo Chigi si osserva con inquietudine la frattura che si è aperta tra vecchio e nuovo mondo, stavolta nell'ambito della Nato. Con ogni probabilità, la crisi più drammatica nella storia dell'alleanza. L'Atlantico si allarga ogni giorno di più. Il che è di conforto per Cossutta («L'Europa sta nascendo, autonoma dagli americani»), ma non può non suscitare interrogativi altrove. Così Berlusconi ha parlato al telefono con il presidente di turno, il greco Simitis, ed è chiaro il desiderio, forse velleitario, di riavvicinare le posizioni degli europei. Sullo sfondo c'è il vertice della prossima settimana dei capi di Stato e di governo: l'incontro di «ricucitura» a cui lavora appunto Atene. Ma è tutto da dimostrare che sia utile a qualcosa. Per ora le distanze restano abissali, soprattutto tra l'asse dei Paesi filo-Usa, Roma in testa, e il binomio franco-tedesco a cui sembra essersi aggiunta la Russia di Putin, l'amico del presidente del Consiglio. Non a caso Frattini ha risposto con sufficienza, anzi con asprezza, a Romano Prodi che aveva dato un giudizio positivo delle proposte di Chirac (i caschi blu in Iraq, nuove ispezioni rafforzate, il controllo aereo). Quasi che da Roma si sia voluto leggere l'uscita del presidente della Commissione tutta in chiave interna, come un'ingerenza nella politica interna e un aiuto alle tesi del centro-sinistra. E Martino, da parte sua, ha stroncato il piano francese, definito «piuttosto confuso».
In realtà siamo nel passaggio più critico e gli spazi di mediazione sono svaniti. C'era un'idea in campo, per quanto riguarda l'Italia: favorire l'esilio di Saddam sulla scorta di una pressione internazionale che Marco Pannella ed Emma Bonino hanno tentato di suscitare, legandola all'ipotesi di un governo delle Nazioni unite a Baghdad.
L'idea era vista com molto favore da Washington e certo rappresentava un'alternativa alla guerra. Ma né il governo né l'opposizione ne hanno fatto il centro di un'iniziativa convinta (salvo la vaga missione affidata da Berlusconi a Gheddafi). E ieri Martino ha usato l'ironia per sottolineare che alle firme raccolte dai radicali manca la più importante: quella di Saddam.
A questo punto il bandolo della matassa è nelle mani altrui. E non è strano che anche Berlusconi guardi al Papa. L'arrivo a Roma di Tareq Aziz, il viaggio in Iraq degli inviati pontifici... Sono tutti elementi da cui si può sperare qualche novità. Ma se il presidente del Consiglio scruta oltre Tevere, la sua linea di piena lealtà agli Stati Uniti non cambia. E anche questo è un elemento di grande rilievo.
Se è vero, come dice il cancelliere Schröder, che gli avvenimenti in corso sono destinati a pesare in Europa per i prossimi dieci o quindici anni, non c'è dubbio che Berlusconi abbia scelto d quale parte stare. Fedele all'America, lontano da Francia e Germania, poco influenzato dalla Santa Sede: tre punti che cambiano qualcosa, forse molto, nella tradizione politica italiana. Non è cosa da poco, considerando che tra pochi mesi Berlusconi assumerà la presidenza di turno dell'Unione: una presidenza a cui fino a ieri il premier collegava progetti ambiziosi e che adesso rischia di essere schiacciata sotto le macerie della guerra.
Quanto all'opposizione, è anch'essa in attesa degli eventi. Il dinamismo diplomatico di Chirac le offre per adesso un'ottima sponda. Ed è evidente che il vertice dell'Ulivo non ha alcuna voglia di un voto in Parlamento sulle mozioni. Non prima del fatidico giorno 14: quando gli ispettori riferiranno all'Onu e Aziz vedrà il Papa, alla vigilia della manifestazione pacifista di sabato. Per cui assistiamo a un balletto in cui il centro-sinistra ufficialmente chiede il voto, ma in pratica si aspetta che il presidente della Camera lo rinvii quanto meno alla prossima settimana. Ciò che Casini è lieto di concedere. E dal momento che anche la maggioranza su questo punto è attendista, ecco che per una volta i due poli, schierati su fronti opposti, sono d'accordo.

Data: 
Martedì, 11 February, 2003
Autore: 
Fonte: 
CORRIERE DELLA SERA
Stampa e regime: 
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